• martedì , 24 Novembre 2020

L’ultima madre

Charlie Gard, un bambino britannico di 10 mesi, sarà lasciato morire dai medici, sebbene i genitori abbiano espresso la loro volontà di sottoporre il piccolo Charlie a delle cure sperimentali negli Stati Uniti. Per quanto possa sembrare un argomento che si riferisce solo agli ultimi tempi, il tema è trito e ritrito. Eutanasia. Diritto, dovere, di garantire una bella morte, come suggerisce la radice greca. Ne ha parlato perfino Michela Murgia, scrittrice sarda, nel suo “Acabadora”, (dallo spagnolo “acabar”, “uccidere”, quindi “colei che fa morire”) la storia della donna che si occupava, in Sardegna, di fare ciò che oggi comunemente viene chiamato “staccare la spina”).

Ma il confine tra compassione ed omicidio si fa sempre più sottile. Mai ci fu un ossimoro più insidioso. Riuscire a comprendere le reali condizioni dei pazienti, dei loro parenti, le oggettive sofferenze dei malati, rimane sempre estremante difficile. Con un atto pietà, dettato da quelle leggi non scritte intrinseche ed ancestrali, radicate nell’animo umano, si arriverebbe forse ad avere il coraggio di porre fine ad una vita non propria.

Più semplice, si può pensare, quando è il paziente stesso a chiederlo. Ma è comunque spesso complicato capire fino a che punto egli stesso è in grado di intendere e di volere. La situazione diventa ancora più delicata quando c’è di mezzo un minore, e i genitori si oppongono alle decisioni prese dai medici, come in questo caso. La madre e il padre del piccolo vorrebbero portarlo negli USA per tentare delle cure sperimentali, e, se la morte sarà comunque inevitabile fare in modo che essa avvenga in casa, insieme ai parenti. Ma i medici non accettano. Nessuna cura può salvare, o anche solo far migliore il piccolo, affetto da una patologia ritenuta incurabile. È necessario quindi capire qual è la migliore morte possibile per questo bambino. Se essa sia tra le mura domestiche oppure in ospedale. Se sia più affidabile il parere distaccato dei medici o quello sofferto e più soggettivo dei genitori. Nasce una vera e propria battaglia legale, persa dai genitori, la “sentenza di morte” del piccolo Charlie viene emanata.

Il caso ha ripercussioni anche in Italia. Viene tirato in ballo il Papa, chiamato in causa per proteggere il diritto alla vita del bambino. Ma se le leggi dello stato hanno emanato il loro verdetto, le voci dei genitori di Charlie, che sostengono che una eutanasia non sempre si offre staccando una spina, si fanno sentire. Ma forse questo è un caso in cui la legge di Stato tende a coincidere con quella di natura. Infatti il parere competente dei medici è quello che più riesce ad avvicinarsi a capire le reali condizioni del bambino. D’altro canto sicuramente i genitori, in quanto tali, si aggrappano alla speranza, seppur essa sia estremamente flebile, di una guarigione. Ma i medici sono stati chiari: le probabilità di una guarigione sono bassissime. La cura sperimentale farebbe soffrire il bambino ancora di più. Chi ama spera e questo fanno i genitori di Charlie, fanno l’unica cosa che possono fare: sperano. Ma il compito più arduo è spettato ai giudici, ai medici, che hanno osservato, riflettuto e decretato qual era la migliore delle morti per un bambino di appena 10 mesi. Ritenuti spietati ed inumani. E così avviene per l’Accabadora, l’ultima madre, rispettata, con reverenzialità e timore, ma al contempo neppure lei immune a critiche e maldicenze. In questo modo vi è ancor più onore in chi, pur sapendo di dover lottare contro un’opinione comune e radicata, sostenuta da una folla inespugnabile, imperterrito continua a fare il suo lavoro, per il semplice fatto che è giusto così, usando pietà, considerato spietato dalle uniche vere persone che malvagie lo sono davvero: quelle ignoranti.

 

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