• sabato , 31 Ottobre 2020

Isole del “tesoro”

Trascinato dalla corrente, lambisce dolcemente a cavallo delle onde le coste di Rapa Nui, sotto lo sguardo vigile dei suoi custodi di pietra. Sfiora le meraviglie di Aguas Buenas, l’isola di Robinson Crusoe e senza soste procede fino a terminare il suo viaggio in una splendida isola del Pacifico meridionale. Questo è l’itinerario seguito da uno dei tanti frammenti di plastica riversati in mare dall’uomo. Una delle mete predilette è la magnifica isola di Henderson, un piccolo atollo che fa parte delle isole Pitcarin, dominio britannico, un paradiso disabitato, tant’è che viene visitata da esperti solo ogni 5-10 anni per il monitoraggio. Eppure, nonostante disti migliaia di chilometri dal più vicino centro abitato, vanta il primato di isola più inquinata del globo. Essa è infatti ricoperta per la quasi totalità della sua superficie da plastica e altri rifiuti di vario tipo.

La causa di ciò è dovuta alla sua sfortunata posizione: si trova nel bel mezzo del South Pacific gyre, uno dei cinque vortici subtropicali presenti negli oceani della Terra. Esso chiuso nel suo vorticoso movimento intrappola l’immondizia in parte spingendola sulle varie spiagge, in parte aggregandola al Patch Garbage South Pacific. Si tratta di una nuova isola scoperta recentemente e interamente composta da enormi quantità di plastica. Come documentato da Charles Moore, a capo del team che l’ha scoperta e incaricato delle ricerche, abbondano boe, bottiglie ed è persino stato ritrovato un boiler.

Al largo del Cile e del Perù essa, con i suoi 2,6 milioni di chilometri quadrati (pari a otto volte e mezza la penisola italiana) e tutt’ora  in crescita, è il disastroso epilogo di quanto già osservato dall’esperto di inquinamento marino Marcus Eriksen nel 2011 e va ad unirsi alla gemella presente nel Nord del Pacifico. Ma ad allarmare maggiormente i ricercatori sono i micro frammenti (frutto dell’azione erosiva di onde e sale) che costituiscono non solo la maggior parte delle componenti dell’ammasso, ma sono estremamente dannosi per l’ambiente. Grandi quanto un chicco di riso non sono in primis rimovibili tramite l’ausilio di reti, divenendo insidiosi da ripulire. Inoltre questo tragico fenomeno non riguarda soltanto l’ecosistema delle profondità quasi del tutto sconosciuto, ma l’uomo stesso. Infatti da qualche anno sono diventati parte integrante della dieta dei piccoli abitanti dell’oceano come i costituenti del plancton, alla base della catena alimentare nella quale partecipano anche specie di consumo, tra cui tonno e pesce spada. Tale aspetto è stato documentato all’interno di un video da Richard Kirby. Nel filmato si può osservare un componente del plancton, il chetognato, ingerire una microfibra: un evento che testimonia dove un’ingente quantità della plastica finita in mare non vada a formare isole. Infatti milioni di tonnellate di essa, scambiata per cibo o mangiata accidentalmente, è “nascosta” dai vari organismi ogni anno secondo le stime.

L’inquinamento aggressivo delle acque è comunque un fenomeno recente. Risale soprattutto agli anni ’80, quando la produzione di plastica è raddoppiata rispetto al periodo seguente alla seconda guerra mondiale, momento dell’inizio di fabbricazione. In una certa misura deriva dagli scarichi degli elettrodomestici, come le lavatrici, i cui filtri sono incapaci di trattenere le microfibre raccolte. Senza contare gli incidenti al largo di navi di trasporto merci con il conseguente perdita di container. Inoltre solo ultimamente  la contaminazione dei mari è diventata oggetto di studio, visto che in precedenza il problema era stato ignorato, quasi a voler seguire il detto “occhio non vede, cuore non duole“. E così alcuni lustri di comportamento negligente e indifferente, oltre che irrispettoso hanno permesso l’espandersi incontrollato di questi cumuli. Cosa che le Nazioni Unite definiscono uno dei più gravi danni ambientali: forse si poteva evitare.

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