• giovedì , 29 Ottobre 2020

Emergency: insieme contro guerra e povertà

Una giornata qualunque. Una famiglia qualunque. Tutti si alzano alla mattina: il papà va al lavoro ed accompagna i figli a scuola, la mamma resta ad accudire la casa o va al bazar a fare la spesa e poi passa a prendere i bambini. Normale. E l’accompagnano il suono delle granate, raffiche delle mitragliatrici cadenzano i suoi passi, segnano i minuti, rintoccano le ore della giornata. Alla sera la ninna nanna la canta il cielo, il rombo dei motori degli aerei, i fischi dei bombardamenti che squarciano la notte, stelle cadenti portatrici di morte. Normale, dicono. Quotidiano, dicono. La vita a Lashkar Gah, a Kabul, la vita in Afghanistan. E in paesi dilaniati dalla guerra ormai si è imparato a convivere con essa e con le sue conseguenze, con i feriti, con la morte. E in questi paesi che opera Emergency. Porta gratuitamente assistenza, cure, sostegno e speranza, testimonianza della voglia di vivere di un popolo, del suo coraggio.

Questo racconta Roberto Maccaroni nel suo libro ‘Prometto che ritorno’ , presentato al Salone del Libro, la sua esperienza come infermiere volontario. Infatti ”un ospedale in un Paese in guerra non è soltanto una struttura dove si cerca di riparare le ferite prodotte da mine, bombe o proiettili” ma spesso diventa ”l’unico luogo scuro all’interno del quale si può restituire ad esseri umani feriti nel corpo e nello spirito la possibilità di ritrovare momenti di pace nella sofferenza, commenta esaustivamente Rossella Miccio, presidente di Emergency, nella prefazione al libro. Il libro è un diario che raccoglie giorno per giorno le azioni sul campo, la cura ai bisognosi, l’aiuto, la routine del missionario, perché routine non diventi. Spesso infatti, spiega Maccaroni, vivendo ogni giorno queste sofferenze, esse finiscono per diventare abitudine, scontatezza. E invece non va dimenticato che ciò non è banale, ma anomalo, mostrando realtà che passano inosservate agli occhi dei più. Come nel caso di Lashkar Gah. E si cerca così di portare al lettore, di testimoniare l’attività dei volontari, marcare l’eccezionalità di queste situazioni di guerra e di povertà, la forza di molte persone impegnate a costruire strutture sempre più adatte, un sostegno sempre più solido. La possibilità di un futuro.

In questo quadro di assistenza rientra anche la Sierra Leone, paese povero che risente ancora degli strascichi di una lunga guerra civile, dove le cure mediche, costose e di bassa qualità, sono accessibili a pochi, spesso costretti a grandi rinunce e sacrifici. Mentre i cari attendono in un letto di reparto una terapia. E spesso non tornano più casa. Ma anche qui Emergency non manca di arrivare.

Marconi conclude poi parlando delle sue sensazioni e della sua esperienza personale. Il volontariato come espatriato, dice, è come una droga pesante, è condivisione, assuefazione e dedizione al proprio lavoro, il desiderio di creare qualcosa di saldo, un punto fisso a cui potersi rivolgere, in cui sentirsi accolti e sorretti, i cui ritrovare la voglia di superare le difficoltà, di vivere, di migliorare le cose. E ciò trova robuste fondamenta nell’iniziativa degli afghani e dei sierraleonesi, ancor più che degli espatriati come Roberto. Cresce con loro, germoglio di pace e felicità.

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