• giovedì , 26 Novembre 2020

Tra tradizione e crudeltà inaudite

di Angelica Petean

Il perché sia necessario perpetuare tradizioni (qualora crudeli) è un mistero. Mentre in Europa spesso possono venire organizzate sagre del peperone piuttosto che del cavolfiore, tra  il 21 e il 22 giugno in Cina, precisamente a Yulin, è stata tenuta la decima edizione del festival di Yulin, celebrazione tutta cinese che pone il suo scopo nel mangiare carne di cane e di gatto.

Il fatto che in estremo oriente vengano mangiati coloro che vengono ritenuti i migliori amici dell’uomo non è una novità: la loro carne viene infatti considerata alla stregua di quella di altri animali. Tutto ciò in base al semplice sillogismo la carne è cibo e il cibo è vita.

La preparazione del festival dura settimane e settimane: in questo periodo di tempo il maggior numero di cani e gatti possibili vengono rinchiusi in delle gabbie; nel migliore dei casi sono cani o gatti randagi, nel peggiore vengono rubati ai vicini. Vengono poi ammassati  in gabbie arrugginite all’aperto (quindi sottoposti ai vari fenomeni atmosferici) per più giorni senza né acqua né cibo e successivamente bastonati e uccisi. Il perchè è spiegato dalla popolazione in questo modo: più  soffrono, più in virtù di questa prassi  la carne sarà più tenera.

Ciò che in occidente quindi viene considerato un orrore, in oriente senza troppi problemi viene servito nei ristoranti. Il motivo di questa barbarie sta nell’abitudine dell’assunzione di questo tipo particolare di carne, radicata nella cultura cinese. Benché ormai chi consuma regolarmente ed effettivamente questo animale sia una minoranza, questa tradizione barbara (riadattata relativamente di recente in un ‘festival’) è decisamente anacronistica.

Nel 2019, anno  delle micro tecnologie, delle fotografie dei buchi neri e di Instagram viene ancora perpetuata una tradizione gretta. Nessuno nega che mantenere la cultura di un paese durante la globalizzazione che si sta vivendo sia un male, ma sicuramente non rispettare gli esseri viventi che abitano la terra rappresenta la forma mentis di una nazione indifferente alla natura in ogni sua forma. Gandhi disse che “la grandezza e il progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”.  Indubbiamente non è possibile aver fiducia in coloro che cuociono vivi dei cani, che nel resto del mondo sono giudicati da “compagnia”.

Secondo recenti prove scientifiche è stato assodato che i cani provano senz’altro dei sentimenti e non essendo la loro carne particolarmente saporita (verosimilmente) questa usanza è da abolire.

Chi si è posto realmente questo problema e sta cercando di salvare questi animali dalla più terribili torture è un trentasettenne italiano, Davide Acito, che da quando è nata questa terribile celebrazione, porta a Yulin un contributo concreto. E’ riuscito infatti a mettere al sicuro liberando dalle gabbie moltissimi di questi amici a quattro zampe. Da quest’anno lo aiuta anche la stilista e attivista Elisabetta Franchi. La sua missione pertanto è quella di sensibilizzare la mentalità degli abitanti di questa piccola città. Fortunatamente esistono persone come Davide che grazie al loro grande senso di responsabilità e considerazione per il creato aiutano chi non riesce a comprendere (come in questo caso) la meraviglia della diversità della natura e la stima per questi animali.

Il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij scrisse: “Amate gli animali: Dio ha donato loro i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata. Non siate voi a turbarla, non li maltrattate, non privateli della loro gioia, non contrastate il pensiero divino. Uomo, non ti vantare di superiorità nei confronti degli animali: essi sono senza peccato, mentre tu, con tutta la tua grandezza, insozzi la terra con la tua comparsa su di essa e lasci la tua orma putrida dietro di te; purtroppo questo è vero per quasi tutti noi”.

Mai furono parole più giuste.

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