• sabato , 31 Ottobre 2020

Il pensiero vincente

“Il «distanziamento sociale» è arrivato subito ai piani alti: i governi nazionali sono sempre più lontani tra loro. Nelle forme più moderate, prevale la penuria di solidarietà, anche tra europei; nelle forme più radicali, c’è aggressività, come tra Stati Uniti e Cina. Se questo è il cartamodello sul quale si ritaglierà il futuro del mondo dopo il virus, arriveranno tempi grami”.

L’ inizio dell’articolo sopra riportato sembra preannunciare una vita, dopo il virus, priva di speranze. Non solo le diverse problematiche interne dei vari paesi preoccupano i mondani, ma ora più che mai anche le incomprensioni tra Stati.

Ci si chiede che cosa sarà la vita dopo il Covid, se una ripresa o per lo meno un’emulazione della vita passata (oseremmo dire “normale”) o se una completa rinascita.

A questo proposito Danilo Taino illumina il suo articolo, che fino ad ora si mostra come un cielo nero senza stelle, scrivendo: “Non è però detto che debba essere così, o almeno non del tutto: dalle maggiori crisi si esce prima o poi in positivo, è sempre successo”. Probabilmente, di primo acchito, il giornalista azzarda. Anzi, sicuramente azzarda. Chi mai oserebbe affermare una cosa simile nella situazione in cui siamo. Verrebbe giudicato come sprovveduto, inadatto o addirittura come bambino che sogna ad occhi aperti. Nonostante ciò, ha pienamente ragione. È proprio questo il pensiero vincente. Nel corso della vita infatti, si impara che l’esperienza negativa può portare ad una situazione favorevole; ma anche qui solo se vista con una mentalità eroica.

Facciamo un esempio. Poniamo un caso estremo: un lavoratore dipendente perde il suo posto in azienda. Le strade sono due: da una parte l’individuo in questione, così tanto dispiaciuto dell’accaduto, abbandona le redini, cade in depressione e passa il resto della sua vita a rimuginare sulla sua sventura. Tuttavia, questo comportamento non è giusto. Egli infatti non ha stima di sé, non ha capito quanto potenziale può avere, non sa che la vita è unica e che è un grande dono di cui l’uomo non può far altro che ringraziare vivendola nel migliore dei modi. Dall’altra, una volta licenziato, il lavoratore, consapevole della sua persona, cercherà di comprendere gli sbagli commessi (qualora ne abbia compiuti), e si chiederà in che modo potrà riavere lo stesso posto o addirittura un lavoro migliore. Solo così, come dice Pier Giorgio Frassati, non si vivacchia ma si vive.

Ugualmente possiamo sostenere della vita al tempo del coronavirus. Sicuramente sarà un pezzo di storia che ricorderemo e farà sempre parte del bagaglio della nostra vita, ma spetta a noi cogliere da un fatto simile il positivo facendone potenziale che, con la nostra valorosa forma mentis, diviene atto. Prendiamo, per esempio, il lockdown forzato, periodo in cui siamo stati costretti a vivere chiusi in casa con tutta la famiglia al completo. Certamente stare in un luogo ristretto con le stesse persone per tutti i giorni, a lungo andare diviene faticoso. Ma forse questa “compagnia forzata” ha portato da un lato a saldare i rapporti familiari e dall’altra a capire che cosa nella nostra vita dovrà sempre far parte di noi, poiché grazie a questa lontananza dilungata ha acquisito un po’ più di valore, come un rubino impolverato che viene pian piano ripulito.

Allora come le montagne che puntano al cielo, vivere vuol dire, come dice un grande santo: Verso l’Alto, e l’unico modo per poter sfiorare le stelle è vivere secondo il pensiero vincente che porta a quella famosa quiete dopo la tempesta leopardiana, ricordandoci che l’uomo è la creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio, quindi una creatura fatta perbene.


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