• giovedì , 3 Dicembre 2020

Dal diario del Maestro della Manta

Silenzio.

Si sente solo il leggero rumore del pennello che passa deciso sulla parete spoglia.

L’ultimo ritocco e sì, si delinea davanti a miei occhi il volto scarno, severo, quasi triste del mio committente.

Valerano ha voluto che lo rappresentassi come Ettore vittorioso, con i suoi colori caratteristici,

il rosso del potere e il blu del cielo di Saluzzo e con uno stemma che ricordi perennemente la sua sottomissione al padre mediante l’immagine

di una tigre con la coda tra le zampe.

Povero giovane, grande signore ma figlio illegittimo: questo è il suo destino.

Il ciclo che mi ha ordinato di affrescare, in stile tardo gotico, rappresenterà alla fine,

un canto di lode rivolto in eterno ai Signori di Saluzzo.

Infatti i nove prodi e le nove eroine che spero di finire entro un mese,

avranno i volti, le fisionomie dei grandi rappresentanti della casata, rispettivamente marito e moglie, nelle vesti di personaggi

che, nell’antichità, hanno portato gloria, onore e fama alla loro casata e al loro regno.

Ho preso ampiamente spunto per alcune loro caratteristiche e virtù dal romanzo cavalleresco del Chavalier Errant scritto

dall’ormai deceduto Tommaso III di Saluzzo, l’onorevolissimo genitore del mio attuale signore, Valeriano.

Davanti a loro affrescherò più tardi, probabilmente tra due mesi, un tema che mi è  assai caro e che ritrovo molto attuale; quello della

fonte dell’eterna giovinezza. Tradizione che a mio parere esprime al meglio il desiderio insito nell’uomo di un qualcosa che gli

permetta di rimanere per sempre, se non con il corpo, ma almeno come ricordo.

Un raggio di sole entra nella finestra, unico compagno in questa giornata fin troppo silenziosa.

Il padrone e la corte si sono trasferiti da qualche settimana in Francia per rivedere

amici di antica data, per affinare la loro conoscenza del francese, per informarsi a proposito delle nuove mode

o delle nuove innovazioni e per sfoggiare la loro migliorata conoscenza del tedesco.

Ma quasi mi mancano il clima festoso, le risate, la musica della sera quando dame e cavalieri incominciavano

a volteggiare leggeri nella maestosa e accogliente sala delle Grottesche, proprio qua sotto, al primo piano.

Quante volte il mio cuore è andato al ritmo di quella musica di liuti, flauti e clavicembali, ha sospirato nel sentire

le parole, i versi del poeta, che lodano il dolce amore che si prova di fronte alla Domina, signora del Castello.

La mia opera testimonierà tutto ciò, ma se ne accorgerà solo l’osservatore più attento,

si vedrà infatti nel riflesso gaudioso del sorriso e degli occhi dei diciotto personaggi, secondo quanto ho progettato.

Ma adesso basta, queste divagazioni mi stanno facendo perdere tempo prezioso.

Impugno nuovamente il pennello, e quasi come se fosse una spada, al pari di un cavaliere,

combatto con nuovi colori per lasciare un segno, una testimonianza di una vittoria sotto il vessillo dei miei signori.

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