• lunedì , 30 Novembre 2020

Django Unchained

Il nuovo “spaghetti western” versione Quentin Tarantino narra l’ appassionante storia di Django (Jamie Foxx): schiavo afro-americano vissuto negli Stati Uniti prima della “Civil War”. Django viene liberato dalla sua condizione di schiavo da un cacciatore di taglie, il dottor King Schultz (Christoph Watz), che vuole farlo suo”collega”. In breve tempo il giovane nero diventa un abilissimo e velocissimo cecchino, ma con una ferita sempre aperta nel cuore: la mancanza della moglie Broomhilda (Kerry Washington). Il vero obiettivo di Django è quello di ritrovare e salvare la giovane moglie anche lei venduta come schiava. Grazie anche all’aiuto del dottore, Django viene  a sapere che la moglie si trova a Candieland in Mississippi, al servizio del ricco proprietario terriero Calvin Candie (Leonardo Di Caprio). I due cacciatori fingono di essere dei negrieri per riuscire ad entrare in affari con il ricco monsieur Candie e comprare, salvandola, la giovane Broomhilda.

Western alla Sergio Leone, il tocco del regista Quentin Trantino (Bastardi senza gloria) è inconfondibile.  L’elemento della violenza talvolta portato all’eccesso con l’obiettivo di provocare i sentimenti e le passioni più forti dello spettatore. Nessuna goccia di sangue viene risparmiata. Nessuna violenza è censurata. Django è uno schiavo sì, ma prima di tutto è un uomo e un uomo innamorato. Django ha visto ogni sorta di tortura inflitta ai suoi simili, a sua moglie, a lui. Solo la rappresentazione nel modo più crudo e realistico (forse anche eccessivo) di tali torture può portare lo spettatore a giustificare la spietatezza del giovabe afro-americano nel punire i “bianchi”.

Ottima l’interpretazione di Leonardo Di Caprio per la prima volta nella sua carriera nei panni di un “cattivo”. Azzeccata la scelta degli attori per i vari ruoli da Djando interpretato da un alto e nerboruto Jamie Foxx al dottor King Schultz impersonato da un ben vestito e astuto Christoph Waltz.

Per la colonna sonora Tarantino ha pensato bene di guardare al modello Sergio Leone e ha fatto quindi ricorsi al compositore Ennio Morricone. Ma anche da questo punto di vista il tocco di Tarantino non può essere ignorato: il regista ha affiancato alla colonna sonora di Morricone “I’ve got a name ” di Jim Croce e la voce di Elisa facendo risultare così il tutto un composto variegato ma omogeneo. Un composto che trova il suo centro nelle parole “libertà” e “dignità”.

Un film che richiede un certo “fegato” e un particolare apprezzamento per lo stile “Tarantiniano”.

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