• venerdì , 23 Ottobre 2020

Testimoni di umanità

 

«Aspettami, Giulietta, e io tornerò, ad onta di tutte le morti».

E’ questa la dedica del nuovo libro di Domenico Quirico. Una semplice  richiesta di pazienza, una normale richiesta di pazienza.

Ma ora quest’appello assume un significato tutto nuovo. Quel “ritornerò” sicuro, è indice di continua speranza da quando di Quirico, dal  9 aprile di quest’anno, non si hanno più notizie.

Giornalista de la Stampa. Eroe di un galeotto amore: quello per la verità.

Tornato dal Mali, riparte per la Siria. Instancabile osservatore di una realtà devastata di cui non ci rendiamo conto, o non vogliamo renderci conto.

Occhi attenti ad ogni minimo particolare per narrare una storia sconosciuta ed incredibilmente vicina, un intreccio denso di aspettative, gioie, paura, terrore.

E’ il suo “compito”. Lo dice lui stesso rispondendo alla domanda postagli a proposito della sua volontà di tornare a descrivere situazioni  di pericolo, di guerra, in cui ogni giorno rischia la propria vita.

Ognuno ha un proprio compito.  Questo è il suo. Un dovere che ben presto è diventato un sogno.

Proprio come quello di tanti altri che instancabili si gettano nel mondo affamati di verità. Desiderosi di raccontare la realtà più lontana, quella spesso più pericolosa.

Ma è un sogno quello che li spinge. Una passione che facilita il loro vagare tra popoli, la continua necessità di mettersi al riparo da bombe, ordigni o semplici ricatti di coloro che della verità hanno paura.

E se non fosse per queste persone la nostra conoscenza sarebbe minore, il nostro desiderio di venire in contatto con situazioni diverse dalle nostre sarebbe insaziato.

E rimarremmo a bocca asciutta, crogiolandoci nella nostra quotidianità facendo di uno scandalo un avvenimento che forse dal’altra parte del mondo, in una situazione a noi estranea, di guerra, risulterebbe essere drammaticamente normale.

Strano comunque di come non ci si accorga quasi mai di quanto lavoro, di quanta fatica si possa nascondere dietro una semplice notizia stampata nel giornale che ogni giorno abbiamo davanti.

Non ci si rende conto spesso, che una cosa che si reputa normale, dovuta, come per esempio la libertà di stampa, sia al contempo un grande dono.

In molti luoghi come in quelli dove si recano questi reporter  è una prerogativa del tutto assente, di poca importanza in mano a coloro che non vogliono che sia rivelato il reale intreccio dei fatti e dei misfatti.

Proprio per questo motivo i giornalisti che non si piegano alla corruzione, non si pongono sotto l’egida del denaro, diventano potenziali nemici da annientare, spaventare o semplicemente da tenere segregati.

Eppure sono gli unici che delineano un ritratto preciso e veritiero di un’umanità soggiogata, di una mancanza di diritti.

Molti di loro, pur conoscendo quanti pericoli possono imboccare e che possono essere rivolti contro di loro da forze maggiori, rifiutano di andare in giro con scorte di poliziotti armati, mentre preferiscono confondersi con l’ambiente circostante per cercare di dare un senso alle grandi mosse politiche prese in situazioni di guerra contemplando le lacrime di bambini rimasti senza genitori, le rughe sempre più evidenti di vecchi che non vogliono sopravvivere ai loro figli partiti per il fronte.

Non hanno super poteri, nè assi della manica. Sono uomini come noi che decidono di contemplare il loro sogno di verità.

Desiderando che questo possa essere descritto, pubblicato e letto su una pagina di un giornale.

Mantenendo vivo il loro Desiderio.

Sì proprio quella propensione, nel vocabolo latino, di contemplare le stelle.

Sia che si tratti di una notte stellata in Siria, in Mali o in Iran.

[note]Domenico Quirico è un giornalista de La Stampa, responsabile degli esteri, corrispondente da Parigi e ora inviato.

Ha seguito in particolare tutte le vicende africane degli ultimi vent’anni dalla Somalia al Congo, dal Ruanda alla primavera araba.

Da quando non si hanno più sue notizie la stampa ha inserito nella sua testata un fiocco giallo, secondo la tradizione americana del Yellow Ribben. Ha vinto i premi giornalistici Cutuli e Premiolino. Ha scritto quattro saggi storici per Mondadori (AduaSquadrone biancoGenerali e Naja) e Primavera araba per Bollati Boringhieri.

Il simbolo è diventato famoso per la canzone Tie a Yellow Ribbon ’Round the Old Oak TreeIl protagonista della canzone, un detenuto, aveva infatti richiesto alla moglie di legare un fiocco giallo ad una quercia per assicurarlo del suo continuo amore per lui. Il giorno del rilascio era tornato felice dalla moglie perché aveva trovato l’albero adorno di cento fiocchi.

 Così il “yellow ribben”  altro non è che il segnale di un attesa di una persona cara di cui non si hanno più notizie [/note]

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