• lunedì , 23 Novembre 2020

Lei, la ragazza dello zoo di Berlino

Ci sono letture doverose, necessarie ed ineluttabili. Letture sofferte, ma che arricchiscono, lasciando un segno, un’immagine inquietante, a tratti raccapricciante. Sicuramente non per la sua forma, asciutta e cruda, come la storia che racconta. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è una di queste. La dolorosa ed orribile cronaca sulla vita di Christiane F., eroinomane 13enne. La tensione, la disperazione, la sofferenza che traspaiono attraverso le righe di questa storia. E’ un racconto-verità, che ha aperto gli occhi e le coscienze collettive di milioni di individui riguardo ad una delle piaghe peggiori che stava (e tuttora ha) invaso l’Europa ed il resto del mondo. E come un granello di sabbia che si infiltra in ogni parte del costume, così la droga è arrivata nei posti più impensabili.

 

Siamo negli anni ’70. Christiane è una ragazzina tedesca, costretta a trasferirsi dalla campagna stile Mulino Bianco ad una Berlino descritta dalla parte più disagiata, degradata: case popolari di 11 piani, androni che odorano di escrementi, licei con classi enormi in cui ancora vige la regola de “ la trasgressione per l’affermazione”. Christiane vuole trasgredire, desidera affermarsi. Allora iniziano i giri di hashish alla discoteca della chiesa evangelica insieme ai ragazzi più paraculo della scuola, i weekend al Sound, la discoteca più moderna d’europa, ed alla fine i buchi. Quella di Christiane è una vita violenta e violentata dal mondo. Il dolore disumano delle crisi d’astinenza o le disintossicazioni fisiche, lo squallore di andare a letto per i soldi contati di una dose, la convinzione di non essere dipendente “so controllarmi, posso smettere quando voglio”. Mentire continuamente a se stessa per non prendere coscienza di aver violato ogni valore dell’esistenza umana, di aver perso l’ultima briciola di coscienza e di dignità, che ormai le possibilità per tornare indietro non sono molte.

Il Bahnhof Zoo

 

La sensazione che si ha durante la lettura è quella di affogare insieme alla protagonista, di sentirsi trascinare insieme a lei in questo girone infernale. Tutte quelle vicissitudine che hanno portato la ragazza a farne parte: solitamente, alle spalle di quella polverina, si trova un universo di solitudine e di abbandono, una famiglia distrutta, soffocata dalle questioni in ambito economico-lavorativo. Il buco tanto agognato, rappresenta per Christiane un’evasione, una pausa. L’ingresso in un altro universo ancora, dove le preoccupazioni svaniscono e si sente la ragazza più paraculo di Berlino, è per lei, paradossalmente, una sorta di catarsi.

Quando questa bianca spirale di eroina si fa instancabilmente più stretta, quando il bucomane si limita semplicemente ad “esistere” in quanto presenza fisica, quando non solo ha toccato il fondo, ma ha scavato con la forza delle sue stesse braccia per superarlo, quando ha oltrepassato il limite. Questo è il momento in cui si inizia a chiedere aiuto. Christiane smette di mentire a se stessa perchè denudata di fronte ai suoi bisogni ormai patologici ed apre gli occhi di fronte alla nera oscurità del suo oblio. Arrivati ad un certo stadio tutto ciò che si desidera è una possibilità per tornare a condurre una vita normale. Possibilità che, nella Berlino dell’epoca, il più delle volte era inesistente.

Se fai parte dell’esercito di zombie del Bahnhof Zoo. Se sei troppo debole. Se provi vergogna nel chiedere aiuto. Se i familiari non sanno più che pesci prendere per salvarti. Se i tuoi amici sono tra i più giovani morti per droga. Se ti senti ancora più solo di prima. Se hai perso la speranza. Ogni tuo sforzo è funzionale a raggiungere il tuo ultimo buco, il buco che porterà la pace nel nero abisso del tuo oblio.

Christiane Vera Felsherinow è sopravvissuta al suo “ultimo buco” ed ha ora 51 anni. Non ha mai chiuso completamente con la droga.

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