• domenica , 29 Novembre 2020

Il sacrificio della scelta

Mentre, tra l’euforia generale, l’estate divampa affollando le spiagge assolate e alleggerendo gli animi, il cospicuo numero di maturandi ormai “maturati” si appresta ad uscire di scena e a salutare le luci dei riflettori puntate su di loro, questi impavidi eroi, per un fugace momento della vita- ahimè, sic transit gloria mundi!

Si avviano con passi lenti da condannato a popolare quel mitico e non meglio specificato “mondo dei Grandi”, incubo per molti e liberazione spasmodicamente attesa per pochi, in cui a scandire le ore del giorno non sarà più la buona vecchia campanella di scuola. Intanto, però, i più fluttuano apparentemente beati in questo strano limbo che si frappone tra la fatica sisifica della Matura, ormai lontanissimo ostacolo inspiegabilmente sormontato, e il futuro di giovani adulti che a breve li ingoierà.

Sarebbe persino un piacevole luogo di passaggio, un vero paradiso di stasi in cui finalmente riparare, non fosse per l’assillante dubbio sulla stada futura, in merito alla quale si è richiesti di pronunciarsi seriamente in prima persona. Niente più vie di fuga, sotterfugi o escamotages di vario genere. Niente di niente.

Ecco che pensare al concetto di scelta ci apre ambiti sterminati di riflessione: è paradossalmente sottile e abissale quel confine che distingue una scelta ponderata e consapevole da una dettata invece dalle aspirazioni altrui.

O da una certa pigrizia infantile che muove i meno lungimiranti ad optare per la scorciatoia del lavoro, strada di certo più immediata, ma che poi si rivela spesso essere vicolo cieco.

O, ancor peggio, dallo svilente conformismo che ci appiattisce nella nostra unicità e irriducibilità, imprigionandoci nei gangli di facoltà che non ci rispecchiano e soffocano ogni possibilità del nostro vero “io” di emergere.

E ancora, scegliere (dal lt. ex-eligere) è veramente l’espressione positiva della nostra volontà o soltanto l’ultima e la più amara delle manifestazioni della nostra piccolezza e limitatezza? Sogniamo grandi cose: ci vorremmo al contempo poeti, biologi, avvocati, pittori, astrofisici e direttori d’orchestra, eppure ci scontriamo bruscamente con la realtà dei fatti, che ce lo impedisce.

Ci rendiamo conto, sul serio per la prima volta, che quella fastidiosa regola filosofica dell’esonero tocca anche noi, e non solo più sui libri o nelle ipotetiche disquisizioni degli intellettuali. Capiamo che decidere vuol dire tagliar via, senza possibilità alcuna di tornare indietro a riassemblare i cocci, e che quindi è bene farlo nel più cosciente possibile dei modi.

Direbbe Pavese: ci si sveglia un mattino che è morta l’estate“.

Il giovane dio è davvero diventato uomo.

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