• giovedì , 29 Ottobre 2020

Il quarto potere

Circa un secolo fa, il signor Pulitzer, uno dei padri del giornalismo, tracciava l’identikit del vero giornalista, paragonandolo con una curiosa metafora alla vedetta sul ponte di una nave. Lo definiva soprattutto come colui che non pensa al proprio profitto, ma “è lì per procurare la sicurezza ed il benessere alla gente che crede in lui“.

Ma cento anni sono sicuramente troppi perchè molti degli attuali professionisti se ne ricordino: lo slogan “l’informazione deve essere distinta dall’opinione“, dato come conditio sine qua non del giornalismo in passato, oggi tende a passare in secondo piano. Di certo non piace sentirselo dire, ma anche i giornali, principali condizionatori dell’opinione pubblica, sono caduti nella “dittatura del relativismo“, fenomeno ormai radicato nella società a noi contemporanea.

Forse perchè il motto testè citato si è rivelato pressochè impraticabile: non si può chiedere al giornalista di fare il semplice osservatore di un fatto, perchè si sa che la neutralità è impossibile. Già solo nel fatto di scegliere di occuparsi della trattazione di un determinato avvenimento rispetto ad un altro è segno di “parzialità“. Pur non volendolo, il professionista “vede” sempre la realtà dal proprio punto di vista ed è condizionato dall’educazione ricevuta e dalla propria visione della vita. Ma soprattutto deve rispettare le “consegne” affidategli dal direttore per cui lavora e da cui è pagato.

Un esempio che confermi la difficoltà dell’essere obbiettivi può essere il resoconto di una partita di calcio: spesso un giocatore ottiene un bel voto su un giornale, ma uno pessimo su un altro. O ancora le testate dei diversi quotidiani: stessa notizia, titoli differenti (e spesso contrastanti).

Questa soggettività nel riportare gli avvenimenti, allo stesso tempo tiranna e corruttrice del giornalismo, fa sì che vengano presentate più interpretazioni, il più delle volte opposte, di uno stesso fatto, mettendo così a repentaglio la regola-base di questa attività: dire la verità.

Sta capitando ormai troppo di sovente che la domanda dei caporedattori non sia più “è vero?“, ma piuttosto “è interessante, oppure no?“. E il problema sorge nell’eccessivo affidamento che il pubblico, l’audience o i telespettatori fanno sulla veridicità delle notizie loro proposte.

Frasi come “l’ho letto sul giornale” e “l’ho visto alla televisione”, sono oramai divenute la garanzia dell’inattaccabile verità di fondo dei fatti che ci vengono presentati.

Bisogna usare molta cautela: le notizie false, soprattutto quando riguardano personaggi pubblici e alludono allo scandalo, alzano l’indice di ascolti e fanno rendere di più.

Allora ci si potrebbe domandare con quale metodo un lettore (o ascoltatore che sia) possa giudicare se la notizia che ha appena letto o ascoltato sia vera oppure sia una “montatura”. Un vero e proprio criterio non c’è. Si può cercare di risalire alle fonti, raccogliere i dati, confrontare le diverse versioni del medesimo avvenimento. E chiaramente si deve anche fare affidamento sul proprio buonsenso,senza accettare come vero tutto ciò che viene proposto, in particolar modo alle notizie che vengono annunciate come “scoop eccezionale”.

Fortunatamente tra i giornalisti vi sono anche coloro che, incappati in uno scoop che in seguito si dimostra essere falso, operano delle rettifiche, e ammettono – coraggiosamente – di aver sbagliato. Ma purtroppo nonostante il mea culpa sia un obbligo e anche molto importante, sono veramente pochi i professionisti che “si cospargono il capo di cenere” con pubbliche scuse.

In sintesi, è importante che si sviluppi in noi la capacità  non tanto di distinguere se un fatto sia vero o meno, quanto almeno riconoscere in ciò che leggiamo o ascoltiamo quale sia la linea ideologica di fondo, per quanto difficile sia, in modo da poter rielaborare la “nozione” nella maggior obbiettività possibile.

Ma soprattutto è strettamente necessario che continuiamo a seguire come unica bussola e punto di riferimento di informazioni certe la nostra testa: bisogna usare il cervello e non farsi imporre (anche inconsciamente) le idee dagli altri.

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