• mercoledì , 28 Ottobre 2020

I neuroni allo specchio e la comparsa del linguaggio

La scoperta della presenza di neuroni specchio nei lobi frontali e la loro potenziale importanza per la diffusione della cultura è insieme la storia più rilevante e meno conosciuta degli ultimi decenni.

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Una serie di esperimenti condotti nel corso degli anni ’90 sulla specie dei macaco hanno rivelato che sono proprio i neuroni specchio a dover ritirare il premio per il grande salto nell’evoluzione dell’uomo, la comparsa e la continua evoluzione del linguaggio. L’esperimento base consisteva nel dare a una scimmia una nocciolina e nell’osservare  la reazione di una seconda scimmia costretta ad assistere al pasto della prima. Per compiere quel semplice gesto è necessario che i neuroni della prima scimmia attivino una serie di connessioni e percorsi all’interno del cervello. Quel che invece non era noto al mondo della scienza e che lo stravolse fu la scoperta che riguardava la seconda scimmia. La sola azione del guardare la prima scimmia mangiare una tanto desiderata nocciolina attivava nella seconda le stesse risposte  neuronali presenti nella prima. Benchè la scimmia non stesse mangiando una nocciolina, tuttavia la capacità di concentrarsi su quel gesto permetteva al suo cervello di percorrere i medesimi passi e quindi di vivere la stessa esperienza della sua simile a livello neuronale.

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Questa scoperta compiuta nel mondo delle scimmie comporta notevoli conseguenze per la comprensione della mente umana.

Ogni volta che guardiamo qualcuno fare qualcosa, il corrispondente neurone specchio si scatena nel nostro cervello. Tale processo ci permette di captare e capire le intenzioni altrui e di elaborare una “teoria delle altre menti”. Si ipotizza infatti, che una mancanza di neuroni specchio possa spiegare l’autismo: senza questo tipo di neuroni la persona rimane incapace di capire i sentimenti altrui, e resta dunque emarginata dalla sfera sentimentale-emotiva.

Lo scienziato italiano Giacomo Rizzolati ritiene che la funzione principale di questi neuroni sia un’altra. I neuroni specchio possono permettere all’uomo di mimare – e capire – i movimenti delle labbra e della lingua di coloro che ci circondano. È per questo motivo che quando sorridiamo a un neonato per più di qualche secondo, il neonato risponde ripetendo la nostra mimica facciale. Tale possibilità consente dunque di copiare e ripetere in un secondo momento i suoni e le parole pronunciate precedentemente da qualcun altro.

Combinando insieme la capacità di cogliere le intenzioni e di mimare i suoni pronunciati si mette in moto l’evoluzione del linguaggio.

Si pensa che il linguaggio sia emerso intorno a 40 000 anni fa. Tuttavia è certo che il cervello umano abbia raggiunto il suo massimo potenziale 200 000 anni fa. Dunque perché il linguaggio è rimasto in silenzio per 150 000 anni?

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C’è chi, come lo stimato archeologo Steve Mithen, ritiene che la comparsa del linguaggio sia avvenuta in seguito all’unione improvvisa di tre aree cerebrali, precedentemente distinte l’una dall’altra, a causa di un improvviso cambiamento genetico. Ciò sarebbe avvenuto circa 50 000 anni fa.

Una teoria più moderna sostiene che il soprannominato “Big Bang” del linguaggio sia avvenuto grazie a una serie di impulsi esercitati dall’ambiente su un cervello umano già sviluppato (quindi dotato di neuroni specchio) e preparato ad accogliere tutte le innovazioni culturali che ci rendono umani. Le invenzioni come l’arte, la matematica e alcuni aspetti della scrittura potrebbero essere stati inventati in un luogo specifico e poi diffusi molto velocemente. Una diffusione così rapida può avvenire solo grazie all’incredibile capacità di apprendere con l’imitazione, cui protagonisti sono proprio i neuroni specchio.

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