• lunedì , 26 Ottobre 2020

Business is business

Shalabayeva: una donna espulsa in un Paese in cui non sono garantiti i diritti minimi alle donne.

L’espulsione o, come è stata ormai definita dalle maggiori testate giornalistiche inglesi, la “deportazione” di una donna kazaka e della sua bambina di 6 anni, ha occupato le pagine della cronaca di mezza estate.

Gli elementi per un avvincente intrigo internazionale ci sono tutti: si racconta che la signora non sia una profuga giunta su una carretta del mare a Lampedusa, ma la moglie di uno dei più ricchi imprenditori del Paese, Ablyazov, che è stato addirittura fondatore ed a lungo presidente di una delle loro maggiori banche: la Bta. Egli è inoltre ex amico ed attualmente acerrimo oppositore di Nazarbayev, dittatore del Kazakistan,  nonchè soggetto a vari procedimenti giudiziari, almeno apparentemente per motivi economici e non politici: infatti il consorte della signora Shalabayeva è accusato di appropriazione indebita di 6 miliardi di dollari ed è stato a sua volta arrestato in Francia alcuni giorni dopo la moglie.

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Ad un attento osservatore non può però sfuggire che in Kazakistan, così come in qualunque dittatura, il diritto all’opposizione politica non sia assolutamente garantito, ma anzi contrastato; quindi le accuse potrebbero essere esclusivamente strumentali, frutto di un complotto volto all’eliminazione di un avversario politico.

Ci sono inoltre i servizi segreti, l’Interpol, un passaporto ed un nome falsi, la richiesta alla donna di lasciare la sua bambina, il suo rifiuto, la domanda di asilo politico negata per mancanza di presupposti formali, un aereo privato stranamente messo a disposizione dallo stato straniero, il provvedimento assunto dall’Italia su richiesta dell’autorità kazaka ad una velocità inusuale per i tempi della nostra burocrazia, senza informare i ministri competenti, tanto da mettere a rischio il già delicato equilibrio governativo del nostro paese, l’inutile revoca del provvedimento da parte dell’Italia quando già la donna si trova agli arresti in Kazakistan.

Poi c’è il Kazakistan, dal 1991, dopo la caduta del muro di Berlino, stato indipendente a seguito dello scioglimento dell’ex URSS, un paese, che più di altri dell’area ex comunista, ha parametri economici e sociali disperanti, da quelli sul reddito pro capite a quelli sulla qualità della vita, nonostante sia ricchissimo di materie prime, un inquinamento tra i maggiori al mondo, un clima inospitale, ma soprattutto con una condizione della donna inqualificabile, particolare non irrilevante quando si tratta di decidere se sia opportuna un’espulsione come questa.

Si ricorda in proposito l’emblematico caso di un candidato Presidente che qualche anno or sono nel suo programma elettorale inserì la promessa di trovare marito per le numerosissime donne single del paese, qualificando così la grande considerazione che vige in quel mondo per l’altra metà del cielo.

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Soprattutto in questa vicenda è ancora una volta evidente il disagio che i rappresentanti dei paesi della civilissima Europa provino nel giustificare l’esistenza di rapporti economici ed interessi rilevanti con stati dittatoriali e che non garantiscono il rispetto dei diritti civili, ma è altrettanto evidente la prevalenza della logica del “business is business“.

Si è compreso infatti come un Paese ricco, con contratti importanti conclusi con tutte le nazioni europee, abbia sicuramente più forza contrattuale di altri quando rivolge una richiesta e possa pretendere che questa venga valutata esclusivamente sotto un profilo formale, anche se, coinvolgendo degli esseri umani ed addirittura una madre con una figlia in tenera età, avrebbe dovuto essere oggetto di ben altra considerazione e di ben altre tutele, così come prevedono le Convenzioni internazionali.

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