• lunedì , 26 Ottobre 2020

Vediamo con gli occhi ma anche con il cervello

Curioso pensare che in caso di allucinazioni e visioni non necessariamente si è pazzi.

Bisogna infatti precisare e distinguere: le allucinazioni psicotiche, visive o uditive, si rivolgono direttamente al soggetto che è automaticamente portato a interagire con esse, come se stesse assistendo a un film di cui lui stesso facesse parte. Esiste anche una rara forma, detta “epilessia del lobo temporale”, per la quale la persona che ne soffre si può sentire trasportata nel passato ed essere convinto di vivere quella particolare situazione.

bonnet

Vi è poi la sindrome cosiddetta di Charles Bonnet, dal nome di colui che per primo la sperimentò, anche se non direttamente: era il 1760 quando il nonno di Bonnet iniziò a provare una serie di stravaganti allucinazioni di animali, cose e persone che gli si presentavano davanti in maniera molto nitida. Egli godeva ancora di un perfetto stato di salute e non mostrava alcun sintomo di demenza senile.  Era inoltre consapevole dell’inesistenza nella realtà delle cose che “vedeva”. Il nipote iniziò così a studiare molto accuratamente il caso, registrandone tutti i sintomi che furono poi in seguito designati con il termine, appunto, di “sindrome di Charles Bonnet”.

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Charles bonnet: ginevrino di orgini (13 marzo 1720-20 maggio 1793) studiò presso la facoltà di scienze biologiche della sua città natale. Sembra che la passione per questo ambito di studi sia nata in seguito alla lettura del saggio “Specacle de la nature”, dell’abate Pluche. Nel 1743 divenne membro della Royal Society, accademia nazionale inglese della scienza.

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Con il passare degli anni e dei decenni i medici si accorsero che quella che apparentemente sembrava una malattia rara era in realtà molto diffusa, specialmente tra le persone che avevano avuto danni alla vista. Come spiega oggi infatti il professor Sacks, neurologo inglese, circa il 10% dei videolesi hanno allucinazioni visive e la stessa percentuale di audiolesi ha invece allucinazioni uditive. Questo dato è forse spiegabile con il tentativo da parte del nostro cervello di compensare il ridotto stimolo visivo o uditivo creando da sé immagini o suoni e  attivandosi automaticamente.  Dimostrazione del fatto che queste persone non siano e non possano dunque essere ritenute pazze risiede nel fatto che esse si rendano perfettamente conto che le persone o le cose apparse nelle visioni non siano reali. Al contrario, coloro che soffrono di psicosi sono a tal punto immersi nelle loro allucinazioni da viverle come se fossero realtà, senza neppure interrogarsi sulla propria sanità mentale, cosa che invece tendono a fare coloro che soffrono della sindrome di Bonnet. Proprio  questo ultimo motivo, e cioè la preoccupazione che la propria sanità mentale possa essere messa in discussione dagli altri, impedisce che le persone afflitte dalla bonnet parlino apertamente delle proprie visioni.

Ma allora, se queste persone sono apparentemente sane, come sono spiegabili queste allucinazioni?

oliver-sacksRecenti studi hanno tentato di analizzare in modo più approfondito quello che capita al cervello in questi particolari momenti: tramite una risonanza magnetica – dice Sacks – è stato possibile evidenziare come specifiche zone del cervello si accendano durante le allucinazioni. Quando, ad esempio, vengono percepite delle immagini, si attiva una zona del lobo temporale, detta circonvoluzione fusiforme. Se c’è un’attività anomala nella parte anteriore della circonvoluzione adibita alla formazione dell’immagine dei denti e degli occhi si possono avere allucinazioni di volti deformati. Inoltre bisogna considerare che  questa zona della corteccia è unicamente responsabile della creazione delle immagini ma non del loro ricordo, che avviene invece a un stadio superiore del cervello, dove si ha la connessione con la memoria e le emozioni.  Nella sindrome di Bonnet non si ha il collegamento con il livello più alto. Ecco perché le persone che ne soffrono non riescono a interagire con le visioni né tantomeno a ricordarsi di eventuali oggetti che percepiscono in questi momenti. 

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Oliver Sacks, nato a londra il 9 luglio 1933 e laureatosi presso il The Queen’s College di Oxford, è stato titolare della cattedra di neurologia della Columbia University e poi alla facoltà di medicina Albert Einstein. Noto per i suoi studi e le sue ricerche sulle malattie neurologiche, è anche autore di importanti e famosi libri, tra i quali spiccano “Risveglio” “L’uomo che scambio per un cappello” o ancora “Su una gamba sola”.

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Il fatto che il nostro cervello cerchi però di compensare la mancanza di stimoli dall’esterno “auto-stimolandosi” e producendo così immagini non accade soltanto in coloro che hanno le allucinazioni: chiunque è infatti automaticamente portato a integrare da solo i dati fornitici dall’esperienza per permetterci di avere un senso completo della realtà che ci circonda. Sorge allora quasi spontaneo domandarsi quanto di ciò che vediamo sia allora reale e quanto invece sia frutto unicamente della nostra mente. 

È forse qui che gli scienziati si trovano quasi costretti a lasciare il posto ai filosofi, a quei grandi pensatori, antichi e moderni, che hanno voluto spiegare il mondo come creazione dell’intelletto umano. Basti pensare al principio dell’homo mensura di Protagora, per cui l’uomo è il soggetto di giudizio della realtà delle cose che appaiono dunque differenti a seconda dell’individuo.  

Infinite supposizioni sono state formulate e complesse domande sono state poste nel corso del tempo a proposito di queste ardue tematiche senza mai giungere a una conclusione chiara e definitiva.  Di una cosa l’uomo è certo e consapevole: l’esistenza di un limite per sé. Eppure tenta continuamente di avvicinarvisi, con la forse assurda speranza di poterlo un giorno raggiungere e superare. Nell’attesa di quel momento, pensa e scrive, legge e interpreta per poter muovere anche solo un piccolo passo sull’eterna strada della conoscenza per sentirsi più sicuro delle proprie capacità. Il bello risiede però proprio nel percorrere la via di estremo tentativo di scoperta e raggiungimento di questo limite: è su questa strada che l’uomo trova minime soddisfazioni, si sente appagato nel conoscere e nello scoprire. Capisce di essere destinato a qualcosa di più grande e si affanna per capire cosa sia questo qualcosa. Quella umana è un’esistenza volta alla conoscenza di sé e alla conquista della consapevolezza di ciò che si è:  

 http://www.ted.com/talks/oliver_sacks_what_hallucination_reveals_about_our_minds.html

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