• lunedì , 26 Ottobre 2020

Il turismo della crisi

Il Bel Paese sta notoriamente attraversando un grave e prolungato periodo di crisi politica, economica e sociale. L’estate ci porta a riflettere su come questa situazione abbia mutato anche uno dei nostri settori più floridi: il turismo, unico dei comparti economici italiani in crescita. Questo dato è positivo a livello particolare, ma non generale. Il turismo è infatti solitamente il settore dominante nei paesi sottosviluppati. L’Italia è indubbiamente uno dei paesi più affascinanti dal punto di vista naturalistico proprio per la sua varietà: “Il bel paese ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe” come  affermava Petrarca. È inoltre celeberrima per il proprio patrimonio artistico-culturale che è senza alcun paragone il più vasto e ricco al mondo. Ciò però non è sufficiente per garantirne la facile e redditizia fruibilità da parte dei turisti interni e stranieri che devono fare i conti con una cronica carenza di strutture ed infrastrutture al Sud ed a costi spesso eccessivi in tutta Italia.

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Rimane un’eccezione positiva l’Emilia Romagna che, con la sua estrema competitività nei prezzi, l’efficienza nei servizi ed i cospicui investimenti nelle strutture, riesce a sviluppare dei numeri eccezionali, soprattutto se rapportati alla minore presenza di bellezze naturali e culturali nel suo territorio.

All’estremo opposto la Calabria, che sviluppa numeri di turisti risibili, nonostante le sue migliaia di chilometri di spiagge meravigliose, foreste rigogliose, reperti archeologici importantissimi, quali i Bronzi di Riace, in procinto di essere trasferiti per poterne consentire la visita.

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Alla medesima stregua rappresenta un eccezionale spreco di potenzialità il sito di Pompei, ancora oggi e dopo tutte le polemiche circa il suo degrado, visitabile da parte dei turisti soltanto limitatamente ed in condizioni non certo ottimali.

La Sardegna è un esempio dei mutamenti negativi del turismo nel tempo: a differenza del passato, le giustamente famigerate coste del nord sono vissute per il brevissimo periodo agostano da ricchi magnati arabi e russi, che spendono e talora investono somme da capogiro per vacanze dorate, mentre latitano sempre più i turisti di fascia media, complici i costi elevati dei servizi di ogni genere. Il traghetto per una famigliola con auto costa come una settimana di vacanza sul Mar Rosso (quest’anno per i più temerari era addirittura gratuita), un ristorante di qualità appena sufficiente come un paradiso da grand gourmet e così via, con l’ovvio risultato di un sensibile calo numerico dei consumatori, nonché del livello qualitativo della media dei servizi offerti.

Al di là delle differenze tra una regione e l’altra, non è un caso che l’apertura dei musei italiani il giorno di Ferragosto sia una notizia da prima pagina sui quotidiani nazionali: significa che si considera questa possibilità un evento eccezionale, anziché la normalità, dal momento che i giorni festivi, soprattutto d’estate, dovrebbero essere il momento in cui la domanda turistica è più elevata.

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Ed ancora non è un caso che il paragone numerico con il museo del Louvre di Parigi faccia impallidire il più frequentato dei nostri musei, che per sostenersi ha necessità di risorse pubbliche, non riuscendo ad attrarre un numero sufficiente di turisti.

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In questo quadro non esaltante, un pizzico d’orgoglio campanilistico: Torino ed il Piemonte si sono inventati da pochi anni una vocazione turistica, realizzando una trasformazione culturale dell’ospitalità di non poco conto, con realtà come la Reggia di Venaria che è uno tra gli esempi più virtuosi d’Europa in termini d’investimento nel settore, le Regge Sabaude, lo stadio della Juventus, che è il secondo sito più visitato del Piemonte, il Museo Egizio che sta completando il suo restauro, il Museo dell’automobile, il Museo del cinema, le Langhe con le loro peculiarità territoriali ed i percorsi enogastronomici d’eccellenza.

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