• lunedì , 26 Ottobre 2020

Il presepe di Vrù

Un giretto in bicicletta nelle Valli di Lanzo per piccoli paesi abbarbicati sulle montagne, affollati di gente in fermento in vista delle consuete feste patronali. Turisti curiosi di vedere, per la prima volta, un albero di trenta metri che brucia mentre priori e priore ballano accanto a ritmo di banda e mentre un arcobaleno di fuochi d’artificio illumina la vallata. Case di pietra in cui si intuiscono i resti di vecchie botteghe che si affacciano sulle vie. Soprattutto, però, mantengono i caratteristici lavori di una volta che si fondano sulla manodopera: il falegname, il maniscalco, il chiodaiolo, il carpentiere e poi il pastore, l’agricoltore, tutti mestieri che in città è difficile  trovare in azione.

Se si percorre la val Grande fino a Cantoira, si può svoltare verso il fondo in cerca delle frazioni più sperdute. Pedalando con fatica tra erti tornanti si raggiunge in una buona mezz’ora Vrù, una piccola e antica località composta di sparute baite di pietra e da una piccola chiesetta. Proprio in questa frazione si può assistere a uno dei classici esempi di manodopera nelle valli, testimoni che la pazienza e la fatica recano sempre grandi frutti. Attraversando due vicoli stretti e un po’ umidi tra qualche casetta ristrutturata e qualche altra un po’ più fatiscente, si arriva all’edificio che ospitava la vecchia scuola elementare.

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Al suo interno è custodito un piccolo gioiello che ha reso famoso il luogo: il presepe meccanico di Vrù. In questa borgata alpina che una volta traboccava di vita, Francesco Berta, sfruttando le pause dai suoi consueti lavori agricoli e le solitarie giornate invernali, decise di costruire qualcosa che sarebbe rimasto per sempre. Fu così che con molta pazienza e ingegnosità decise di portare avanti la propria idea: si servì inizialmente di motori di vecchie lavatrici, costruì le statuine di legno, le dipinse e ne cucì poi i vestiti con materiali di recupero anche grazie all’instancabile aiuto della sorella Onorina. Non si trattava di un lavoro semplice, infatti impiegò diversi anni per studiare precisamente i singoli movimenti delle statuine di modo che funzionassero regolarmente senza ostacolarsi a vicenda.  Una passione e uno sforzo certamente meritori che potevano però essere niente più di un mero esempio della creatività e dell’inventiva individuale, al contrario si tratta di un’effervescente testimonianza culturale.

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Da allora non smise di aggiungere personaggi al proprio capolavoro. Il mugnaio, la lavandaia, il fabbro e l’arrotino, oltre tutti gli altri che rappresentano la vita di montagna, catturano l’attenzione a tal punto che lo spettatore è coinvolto in quella scenario dove la semplice operosità dei mestieranti non distoglie lo sguardo dal mistero dell’Incarnazione di Gesù ma anzi lo corona di quotidianità. L’esempio di Francesco Berta ha provocato, sempre, una certa commozione tra i numerosi turisti: non nacque come artista, ma lo diventò desiderando regalare qualcosa di bello e duraturo ai suoi compaesani, un frammento della vita semplice e sobria che tuttavia custodiva nel cuore.

Una vera opera d’arte secondo i visitatori che ogni estate aumentano, spinti da un continuo passaparola. Testimoni della bellezza del lavoro manuale che porta risultati che le macchine non potranno mai eguagliare. Sembra una bella fiaba quella di questo “muntagnìn” con la sola licenza elementare, una favola natalizia coltivata nel cuore di una valle viva. Degno erede di un altro Francesco, il Santo d’Assisi, che nel 1223 diede inizio alla tradizione di rappresentare la nascita del Cristo, il Berta ci dona i gesti e le attività dei personaggi che hanno accompagnato la sua esistenza. Costoro glorificano con la loro quotidianità la nascita di Cristo nel Presepe di Vrù.

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