• mercoledì , 21 Ottobre 2020

BLUE COLLAR

Nella frenesia di scrollarsi di dosso il pestifero senso di reclusione che perseguita gli studenti per nove eterni mesi, fra Amsterdam, Ibiza e Mikonos, sono loro, gli agitati, i sorridenti, i giocherelloni a fare notizia, quelli che d’estate si trasformano in creature della notte e che compaiono sui giornali, machiette in fotografie che ritraggono la notte rosa o ferragosto. Che dire di quelli che, stanchi, a fine luglio si vedono girovagare per le spiagge, ombre sorridenti, alla ricerca di una pace che si trova a centinaia di chilometri di distanza, al di là dei confini francesi, in una grotta, in una stanza d’ospedale, in un vagone di un lungo treno bianco.

Ricordi…ricordi di una settimana, sei giorni in realtà, un battito di ciglia, un’esplosione di magia in un universo parallelo. Il treno è ormai passato, si torna alla normalità e aleggia nell’aria quel senso di inutilità, quasi una sensazione di animali in gabbia, ragazzi in jeans, maglietta blu e zaino sulle spalle, e, stampato in faccia, l’accessorio migliore che chiunque possa esibire: un sorriso a trentadue denti.

L’ultima notte é trascorsa, ogni cosa pare avviarsi alla sua conclusione, bisognerà attendere un anno per essere nuovamente così felici. Riuniti tutti abbiamo cominciato a raccontare…

Una circolare.

Una firma.

Una ventina di ragazzi.

Valsalice.

Don Mario.

Una stazione.

Che l’avventura abbia inizio.

Caricati i bagagli e le ultime carrozzine, aperti i finestrini per il troppo caldo e chiuse invece bene le porte, il treno inizia a muoversi sulle rotaie… alla prima curva, però, i bagagli posti sui portapacchi di uno scompartimento del quinto vagone cadono improvvisamente sui volontari (tranquilli lettori, sono ancora tutti sani e salvi!) che capiscono che è forse giunto il momento di riordinare onde evitare altre spiacevoli sorprese.

Dopo aver velocemente messo ordine, mangiato un panino e bevuto un po’ d’acqua, i blue collar si preparano a riempire e chiudere le scatole, che serviranno per la cena, come fossero una vera e propria catena di montaggio: una persona apre la scatola, l’altra la riempie e un’altra ancora la chiude, per poi passarla all’ultima che la impila con le altre. Preparate nella soffusa luce del vagone “ristorante” le circa 800 scatole (400 per l’andata e, per giocare d’anticipo, altrettante per il futuro ritorno) tra battute, risate e, da non dimenticare, un po’ di sana fatica,  si è già fatta l’ora di cena.

Corse di vagone in vagone, ciascuno per raggiungere la propria postazione: vagone ambulanza per prestare assistenza agli ammalati, camomilla da distribuire per conciliare il sonno, prepararci per le poche ore di “riposo”, fra coperte inconsistenti e cuscinetti non proprio comodissimi.

La notte passa, torna il giorno e, finalmente, dopo “sole” 21 ore di treno, ecco la stazione, ecco un cartello, proprio quel cartello recante la scritta alla cui vista tutti gli occhi brillano e le bocche si aprono in un grande sorriso.

foto(2)

Tra messe e rosari, canti al tramonto, qualche ora di sonno e giusto il tempo per un piatto di pasta, nonostante la profonda stanchezza, l’impressione era quella di vivere appieno ogni istante. Ogni momento era speciale, ogni persona ti donava una piccola parte di sé, ogni gesto valeva la pena di essere compiuto perché Lourdes è…

Amicizia

Bellezza

Credere

Divertimento

Esperienza

Fatica

Gioia

Insieme

Lottare

Mitica

Novità

Opportunità

Preghiera

Opportunità

  Risposta

 Sorpresa

 Tutto

 Uniti

Valore

 Zelo

1. M. è anni che viene in pellegrinaggio, e ogni anno non gli mancano fede e speranza. Parla, parla e coglie in pochi minuti l’essenza della persona che lo sta aiutando. Attende il miracolo eppure, nello stesso momento, ringrazia. Ringrazia per la vita che gli è stata donata. Ama Lourdes, “quel luogo dove non ci sono persone di serie a e di serie b ma siamo tutti uguali, come lo siamo di fronte a Dio.” 

2.V.: “Incredibile vedere in tutte queste persone così tanta fiducia nei volontari che neppure conoscono… si affidano a loro, alle loro cure e alla loro simpatia e riescono a instaurare un rapporto del tutto unico anche solo con la forza di uno sguardo.”

3. E non dimentichiamo: are in carrozzina fra anziane signore, ragazzi cui sfugge accidentalmente di mano la persona che hanno in custodia, vecchine che rischiando di cadere si appendono al collo di giovani volontari, taniche e taniche di acqua Santa riempite fino all’orlo, alluvioni improvvise e éscamotages vari per coprire le teste dei malati e innamoramenti nati all’ombra della Basilica. 

4. “Grazie – è l’ultima parola dei capi dell’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari italiani) – perché senza di te, di te, di te… tutto questo non sarebbe stato possibile. Perché Lourdes non è da raccontare, bensì da vivere.”

“ALL’ANNO PROSSIMO!”

Lourdes è quel luogo, a metà strada tra la terra e il cielo, dove è più facile imparare gli uni dagli altri e volersi bene. È proprio lì che si capisce davvero cosa conta nella vita.

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