• martedì , 27 Ottobre 2020

E tu, cosa faresti in Syria?

L’estate si sa, è un periodo strano, soprattutto se si tratta di politica. Lascia sempre delle domande a cui noi siamo tenuti a rispondere. Quella più frequente è stata la seguente: se fossi Obama/Letta/Putin, come ti comporteresti nei confronti della crisi in Syria?

Innumerevoli volte questo spunto di riflessione è stato lanciato tra le righe di giornali e canali di informazione via etere, ma alla prova dei fatti come ci si potrebbe muovere in una situazione così confusa? Il regime di Assad è davvero di tipo dittatoriale? I ribelli sono sul serio dei paladini dei diritti umani o sono criminali e terroristi che  stanno semplicemente cercando di rovesciare un potere sovrano legittimo? E come ogni questione di tal fatta bisogna analizzare ogni dato a nostra disposizione e poi non ci sarà comunque una visione unitaria.

Mideast Syria

Quindi proseguiamo con ordine a partire dagli schieramenti in campo: da una parte le forze lealiste del presidente Bashar al-Assad, dall’altra l‘eterogeneo gruppo dei non meglio specificati ribelli. In caso di uscita vittoriosa dal conflitto del primo, sostenuto dai soldi e dalle armi iraniane e dalle truppe di Hezbollah entrambi di astrazione marcatamente Sciita, porterebbe ad una supremazia netta di questi sulla famiglia Sunnita (praticamente la quasi totalità dei paesi della Lega Araba) e soprattutto un rischio concreto per Israele. Una polveriera per tutto il mediterraneo insomma.
Ma anche in caso di vittoria degli oppositori non ci ritroveremmo di fronte ad una situazione idilliaca. È vero, verrebbe meno un leader autoritario ma, a differenza di quando è scoppiata la rivolta due anni fa, oramai è appurato che le frange di ribelli più attive sul fronte sono di gruppi vicini al movimento terroristico di Al-Quaeda (ostili, come ben si sa ad America ed Europa) e che quindi, in caso di vittoria, proverebbero a creare un governo che risulterebbe quindi ostile al mondo occidentale. Senza contare che un paese direttamente governato da terroristi non potrà che diventare una base del terrorismo internazionale.

Ma quindi, in questa situazione di stallo in cui l’uso di armi chimiche non è altro che il punto di arrivo di un’escalation di violenze che va avanti dal 2011 senza esclusione di colpi, come si fa a trovare una via d’uscita?

Ci sono diverse scuole di pensiero. La prima è quella più filo-americana della cosiddetta “Responsibility to Protect” che comprende ben tre responsibilities: to prevent, to react and to rebuild. Come molte idee che prendono forma oltreoceano, però, anche questa porta con sé venti di guerra e presuppone in qualche modo l’ intervento armato. Come ha detto Papa Bergoglio a proposito della guerra civile in Syria e non solo: “La guerra porta solo guerra”, e soprattutto in una situazione così fragile dove gli equilibri geopolitici di un’intera area possono saltare da un momento all’altro non sembrerebbe la soluzione (tanto che l’amministrazione Obama è ora molto più attendista che in altre situazioni). L’altra scuola di pensiero è invece quella attuata per prima dal nostro ministro degli Esteri Emma Bonino e che prevede il consenso ONU prima di qualunque intervento: una soluzione diplomatica, che consente di agire dove possibile e dove utile. Un modo di procedere intelligente, mirato e ancora più sensato rispetto alla proposta russa (assai ambigua) di consegnare le armi chimiche usate da Assad affinché vengano controllate (perché mai dovrebbe farlo dato che sono gli strumenti che lo rendono superiore ai ribelli?).
Comunque, come sempre, ogni soluzione arriverebbe troppo tardi e solo per lavare qualche coscienza e renderla bianca come quei lenzuolini sdraiati nelle vie di Damasco e che gridano vendetta per i due anni sprecati.

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