• giovedì , 22 Ottobre 2020

“Grazie a voi”

Ci sono incontri che si riconoscono: qualcosa è nell’aria, un profumo familiare. Si respira un avviso: “Apri il cuore. Assorbi tutto”. Non si può sbagliare: quando parla un Grande ecco il profumo. L’autorevolezza è un soffio, entra nei polmoni. L’anima si dilata, fa posto alla vita: quello spazio che abbiamo dentro si espande. Fisicamente.

8 settembre 2011, Centro Congressi dell’Unione Industriale: c’è il profumo; venerdì 13 settembre 2013, Teatro Carignano, di nuovo. Persino gli appunti delle due serate, riletti, studiati profumano: Domenico Quirico scuote e e commuove, ama e racconta. Ama quello che racconta.

quirico

Il narratore

Impressiona la concretezza delle sue storie. La sua cronaca fedele dei fatti plasma volti, luoghi, momenti; rapisce il pubblico attento, lo porta lontano anzi lo riporta con sé: il giornalismo di Quirico (parlato e scritto) è ritorno. E scavo dell’umano: ogni nome è un ritratto (così nella formidabile galleria dei carcerieri, su un tale che non lo aveva “colpito”: “Ahmad, il capo, ‘il Grosso’, un’aria sorniona e torbida quasi animale; polsi di quercia e dita di acciaio che facevano male quando picchiava”).

Nelle parole di Quirico risuona almeno una grande firma del passato: Dino Buzzati, geniale inviato del Corriere prima dal fronte Etiope e poi dalle navi della Marina nel Mediterraneo. Cantava comandanti eroi e mari omerici, come il giornalista piemontese il suo viaggio per la Siria (lui e Pier Piccinin vengono continuamente spostati “per far perdere le tracce”): “un’altra volta il destino ci ha beffati, come il dio che si vuole vendicare con Ulisse”; la Siria “è un paese bellissimo, lì la storia è ovunque, nelle colline, nelle pietre. Lì si sono incrociati gli Imperi”. E ancora “l’esodo dantesco” della popolazione di Al Qusayr, “una massa umana” in cammino per “sfondare con il suo peso corporeo -nient’altro-” le linee nemiche.

Il fantastisco reale

Buzzati cambiava la cronaca in fantastico per sfuggire alla censura: sognava di dire “la sua verità”: “non esiste la verità; esiste la sua verità. Uno va in un posto e racconta veramente quello che gli è capitato”; vergava il fantastico con la cronaca per renderlo verosimile (“scrivo i miei racconti come gli articoli di nera perché sembrino veri”). Quirico sa elevare i paesaggi a poesia: nel suo repertorio ci sono le stellate per cui era disposto a tutto: “il mio scopo era correre, respirare l’aria della notte, sentirmi libero e poi soprattutto telefonare a casa” (ma i tentativi di fuga gli costano punizioni pesanti); e poi la surreale pianura di Homs: “Camminavamo in mezzo a due colonne di fuoco circondati da ombre: la gente correva tenendosi bassa perché le mitragliatrici tiravano ad altezza uomo, inciampavamo sui morti, finché alla fine non siamo arrivati in una piccola città di cemento, una delle tante piccole orribili città della Siria, mal costruite, approssimative”.

La pietà

Sotto un albero vicino ad Homs anche “quell’unico gesto di pietà in 152 giorni” (un ragazzo ferito che gli presta il cellulare). Per il resto la “Siria è un paese senza pietà. Storia e tempo l’hanno triturata: quest’assenza nasce dal dolore che la gente ha subito”. Nel 2011, invece, rientrato dal sequestro in Libia, davanti a una sala gremita aveva potuto parlare d’amore: “Che mi crediate o no, sono qui per raccontarvi la bontà umana. […] Potrò sembrarvi ingenuo ma non credo per ora a disegni ingegnosi e mosse segrete della geopolitica: io sono stato salvato da due persone di buona volontà – come si diceva una volta -, persone che hanno scelto di fare del bene. Nella disumanità di un conflitto becero, assassino, ho visto la stoffa umana. […] A poche ore di distanza ho sperimentato i sentimenti più estremi dell’uomo: l’odio e la pietà. L’odio di chi mi voleva uccidere senza un motivo, solo la rabbia degli sconfitti (e io francamente, ve lo dico, avrei fatto lo stesso) e la pietà di chi mi ha salvato altrettanto senza un motivo, senza armi, solo parlando con i rapitori. […] Quanto a quella domanda che attanaglia l’uomo da millenni, se Dio esista oppure no, bene, io vi posso rispondere che nella violenza barbara di Tripoli ho capito che Dio esiste nelle buone azioni e non esiste quando non le compiamo. Chi mi ha salvato la vita ha dimostrato che Dio esiste.”

Due anni dopo

Due anni e 5 mesi di prigionia dopo, nel suo resoconto c’è ancora più Dio (“questi mesi sono stati pieni di Dio”, e non solo per le “continue preghiere flautate” dei carcerieri. “Dio era sempre con noi. Abbiamo pregato tanto”); ancora più umanità. “Odiavo i miei carcerieri? No. Erano la mia dannazione. Sono cresciuto con la fede semplice dei preti di campagna: se scegliessi la strada dell’odio rimarrei ostaggio del dolore. L’unica speranza per uscirne è migliorare”. E perdonare. “Non l’ho ancora fatto. Occorre entrare nelle lontane regioni della santità per perdonare i miei torturatori. Non sono un santo”.

Quirico e Calabresi al Carignano

Perdono

Ogni riflessione di Quirico è sul e per l’Altro: il prossimo, Dio. “La mia religione è darsi”, ripete con convinzione, e la sua sofferenza è il dolore procurato agli altri. “Mi sono chiesto se avessi commesso qualche errore tecnico. Nessuno. Il mio errore è stato la vanità del mio mestiere”, l’ambizione del “arrivo dove non è andato nessun altro. Per la prima volta mi sono accorto che la mia vanità ha delle vittime”. Non è bastata questa volta la sua idea, “una certa idea di giornalismo” come scriverà Calabresi, riportando una confidenza dell’inviato: «sai qual è la mia idea del giornalismo: bisogna andare dove la gente soffre e ogni tanto ci tocca soffrire come loro per fare il nostro mestiere». Quanti esami di coscienza in quei mesi interminabili: era sempre giorno (“la luce era perennemente accesa”) e i due compagni (il professore belga, i suoi quattro libri inseparabili) sempre più stanchi. Che tormento quel “Delitto e Castigo” con le pagine che si strappano all’ennesima rilettura: “tendo a leggere la storia e la mia storia personale con le categorie di colpa e redenzione”. Così sognava di chiedere scusa: “sono riuscito a dirlo a mia figlia, in quella seconda telefonata: tornerò per chiedervi perdono”. Non ha dubbi, sulla sua famiglia: “Il dolore più grande è stato il loro”.

Antigone

Anche due anni fa aveva esordito (e forse quella conferenza gli stava un po’ stretta) con le scuse: “Sono qui per un solo motivo: io sono colpevole, colpevole della morte di un uomo, il mio autista, che è andato dove non doveva andare su mia richiesta. In uno dei momenti più strazianti della mia vita scelgo di raccontare (e non come sarebbe più consono, di tacere) unicamente per iniziare il mio lungo, immaginate quanto faticoso, cammino di espiazione. Io sono qui e quell’uomo non c’è più. […] Io dovrei essere ancora là, con suo fratello, a cercare nella polvere di Tripoli un cadavere. Sapete, il fratello del mio autista, che gira tutto il giorno alla ricerca di un corpo straziato, mi ha fatto ripensare ad Antigone, al disperato bisogno di seppellire, di riconoscere a un uomo la sua umanità”.

Futuro

Allora aveva promesso (e poi mantenuto) di tornare in Libia, oggi “deve tagliare l’erba” (scherza Calabresi) che le sue figlie hanno lasciato crescere come il giornale ha indossato il fiocco giallo. Il futuro della Siria gli sembra funesto: “È un paese perduto perché è una realtà della storia non più raccontabile sul campo.” Dove non c’è possibilità di verità non c’è futuro, solo la morte del tempo e delle coscienze. Come sono ormai morti “tutti i rivoluzionari che ho conosciuto io”. Gli attori di una rivoluzione che non è più e che “ho incoraggiato, dandole voce”, ed ora “mi ha tradito”.

dinob

“Io metto la bontà prima di tutto”

Buzzati, moralista fiero, ripeteva: “io metto la bontà prima di tutto, prima ancora dell’arte”. La cifra dei suoi lavori è l’etica esplicitata per immagini: senso del dovere, onestà, bontà, coerenza, generosità, eleganza, sincerità sono le virtù dei protagonisti dei suoi racconti-articoli. Un’attenzione analoga è nell’opera di Domenico Quirico, oltre che nel severo esame di sé: “questa mia drammatica vicenda sarà servita se imparerò ad usare nella vita l’umiltà con cui scrivo”. Anche il grido a Dio dei due autori è in qualche modo consonante. Buzzati era un non-credente: ha cercato per tutta la vita un Padre che sembrava “giocare a nascondino con lui” (Lucia Bellaspiga, “Dio che non esisti ti prego”). Ogni sua pagina trasuda “Attesa” e segnala “Occasioni” (avrebbe usato la maiuscola): momenti in cui il divino si fa vicino e poi gli sfugge. I suoi diari (ed in modo straordinario quelli tenuti durante la guerra) registrano dubbi e preghiere: “Non ti chiedo, o Dio, di salvarmi la vita; questa è una cosa grossa, e può essere molto difficile; la sentenza in contrario potrebbe infatti essere stata scritta con caratteri incancellabili sui portali della tua dimora, là dove si può leggere la storia del mondo come è stata e sarà, nel medesimo istante ogni ora ivi citata essendo presente, per via della tua eternità. Non ti chiedo di non farmi morire, come facevo una volta, bensì ti prego con ardore di togliermi la paura della morte; neanche questa è cosa da poco; più importante della prima, probabilmente; tuttavia più facile, in un certo senso. Ora, non credere che io non mi sia chiesto: come potrebbe Dio togliermi la paura della morte? Dandomi il cosiddetto coraggio? Mettendomi in una specie di esaltazione? Non credo; questi rimedi non sarebbero troppo sicuri. Unico sistema mi pare quello che Dio mi desse la fede. Allora diventerei forte non solo di fronte alla morte, bensì anche di fronte ai dolori di ogni genere, alla miseria, alle delusioni, alle tristezze che procura il tempo. Oh, ma ho paura di chiedere questo con troppa poca convinzione. Temo inoltre che tutto questo desiderio di fede, che fino a ieri non sentivo, sia unicamente viltà” (6 febbraio 1942). La fede del piemontese, invece, è salda e meravigliosamente contagiosa; la prigionia, però, è angoscia e fatica anche spirituale: “dopo due mesi ebbi l’impressione che Dio fosse evaporato. Invece no. Era ancora lì con noi. Mi ha insegnato che era sbagliato il modo con cui ci rivolgevamo a lui, chiedendogli la libertà. Dio non fa patti, non vende la Grazia. Bisogna aspettare. La lezione di Dio era nell’attendi, aspetta. Io non sono un supermercato, con me non fai patti”.

Saluti

Buzzati morì rifiutando l’estrema unzione (non poteva sopportare l’idea di una conversione dell’ultimo momento) e baciando il Crocifisso. Sul comodino le “Confessioni” di Agostino e i “Pensieri” di Pascal. Al mattino si era fatto la barba. Come il suo Giovanni Drogo, spentosi guardano le stelle, dopo essersi raddrizzato sul cuscino, il colletto sistemato ancora una volta. La dignità con cui un gigante come Dino Buzzati saluta la vita è di pochi. Ma la statura morale di Quirico non passa inosservata. Sceso dall’aereo ha vestito “la cravatta che porta sempre” (Calabresi su Twitter) ed è corso al giornale (Buzzati moribondo ammise: “se mi chiamasse il Direttore scriverei”). Poi venerdì,alla fine della conferenza, una fila di persone lo attendeva. Come stringe la mano “un marziano” (“è come se fossi tornato da Marte”)? Con vigore e pazienza. Tutti esprimono stima e riconoscenza, a tutti risponde sincero con le stesse parole. È abituato così, a mettere al centro l’altro: “grazie a voi”.

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