• lunedì , 26 Ottobre 2020

Immigrati, un identikit che non cambia mai

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. […] Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti”.

L’immigrazione in Italia, si parla sicuramente di questo. Un problema del nostro tempo, tutto da risolvere… E invece no. Le parole tra le virgolette si riferiscono a un’altra epoca e a un altro Paese. Sono tratte da una relazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti: la data, l’ottobre del 1912, esattamente 101 anni fa.

E dunque, sì, siamo proprio noi. Gli italiani. Italiani che puzzano, italiani che non hanno casa, italiani che delinquono. La relazione è durissima e continua su questo tono fino a giungere all’accusa al Governo, che “ha aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non ha saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”. La richiesta a chi governa è spietata: “Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Parole che stupiscono, queste, proprio perché non suonano affatto nuove, anzi. Sembrano discorsi di oggi, presi da un quotidiano o da un dibattito televisivo. Parole di accusa piene di egoismo che non tengono conto della Storia, della comune umanità, in nome della salvaguardia del proprio “avere”.

Ricordarle quindi è utile. Mentre la cronaca di questi giorni narra i disastri degli sbarchi a Lampedusa, bisogna ricordare che anche noi siamo stati immigrati, anche noi anni or sono abbiamo vissuto le stesse situazioni difficili e precarie degli immigrati di oggi: guardati con sospetto, disprezzati, non capiti come loro, respinti.

La Storia è la prima ad insegnarci a comprendere gli errori e a non ripeterli. Cerchiamo di imparare dagli errori, anche altrui. La fortuna dei popoli e dei Paesi è alterna. Riconosciamo nel destino degli altri ciò che ci è già successo e che potrebbe tornare ad accadere.

Nelle dinamiche della Storia, poi, germinano occasioni da cogliere. Prendiamo l’America e i suoi emigranti: da Scorsese a Giuliani, ex sindaco di New York, ecco i pronipoti di chi arrivò povero e disperato ad Ellis Island. Accogliamo dunque i migranti. E accettiamo questo fenomeno come parte integrante della bellezza e della varietà del nostro Paese.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=117881

Italiani immigrati in America agli inizi del Novecento

Uno sbarco di oggi a Lampedusa

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