• martedì , 24 Novembre 2020

I "Transformers" della musica alle OGR: con poca Italia

Sessant’anni anni di musica mondiale attraverso gli artisti che l’hanno rivoluzionata. Ultime settimane alle OGR per la mostra “Transformers”, che rimane nelle Officine Grandi Riparazioni di corso Castelfidardo 22 fino al 10 novembre. Una rassegna ricca di spunti per gli appassionati del settore. L’esposizione propone fotografie emblematiche tratte dall’archivio Getty, scatti che vanno dal primo rock’n’roll col suo re Elvis Presley, fino ai precursori rap/hip-hop, Beastie Boys, dal “black power” di James Brown alla Beatlesmania della British Invasion, dalle chitarre infuocate di Jimy Hendrix alle poesie di Patti Smith.  Non tralasciando i due artisti forse più “transformers” di tutti: David Bowie, “il padre dell’immagine, il primo a creare vari e originalissimi alter ego al proprio personaggio” spiega Piero Negri Scaglione, responsabile del settore Società de La Stampa, e Michael Jackson, grazie al quale “la musica raggiunge alte vette ma si mescola inevitabilmente alla vita privata, creando un personaggio misterioso e incomprensibile”. Un percorso affascinante che, di artista in artista, di icona in icona, arriva fino ai giorni nostri, con la protesta dei Radiohead – che non vendono dischi e credono nella generazione musicale 2.0 dove la condivisone è gratuita – e la musica elettronica dei Daft Punk, che mandano robot sul palco al posto loro. In un tale cammino della creatività brilla per solitudine l’unico artista italiano citato, Ennio Morricone, grande compositore di colonne sonore indimenticabili. In rapporto a questa “povertà” di musicisti tricolore, abbiamo intervistato Michele Lupi, direttore di Rolling Stone, incontrato alla mostra torinese.

Non ci sono in Italia altri artisti  che possano essere considerati “transformers”?

C’è un grande problema che caratterizza la musica di oggi in italia, cioè una specie di riproposizione continua di icone e sound che simulano i grandi del rock, del pop, del rap, che ridicolizza la musica italiana e la rendono un’appendice omologata della musica anglosassone e americana. Con la venuta della musica digitale e di Spotify è poi sempre più difficile trovare talenti e icone originali, fresche e nuove.

Quindi non vede proprio nessun talento italiano che possa in qualche modo essere degno di nota?

In questa marea enorme di ragazzi e gruppi che rende la musica molto frammentata, è difficile vedere quello che emerge davvero e si distingue. L’unica persona che mi viene in mente in realtà è Lorenzo Jovanotti. E’ forse il più particolare sullo scenario musicale italiano in questo momento. La cosa interessante inoltre è che non segue un genere musicale definito, fa semplicemente il suo genere, ed è molto prolifico. Può piacere e non piacere, ma cerca di fare della qualità, e secondo me questo gli va riconosciuto.

Cosa si potrebbe fare per cambiare la situazione?

Per evitare che la nostra musica decada, bisogna tornare indietro, fare come una volta quando le case discografiche cercavano artisti per strada, nuovi personaggi con vero talento. Offrire al pubblico produzioni sempre originali, nuovi suoni più legati alla cultura italiana, smettendo di avere sempre in testa lo stereotipo della musica americana.

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