• mercoledì , 21 Ottobre 2020

Via del Campo c'è una bambina…

Raggelano le lingue e i cuori gli orrori che hanno di recente visto i riflettori dell’Italia tutta puntarsi accaniti sul perbenista quartiere romano dei Parioli, novello regno di perversione e brutture legate ad un losco giro appena sventato di baby-prostituzione e droga.

La tenera età delle bambine-squillo, quindici e sedici anni, trova uno specchio autentico solo nei nomi d’arte che le due giovanissime, con tanta beffarda ironia, si sono attribuite. Aurora e Azzurra: è così che si fanno chiamare. Quanto di più antifrasticamente celestiale ed etereo possa esistere.

Il candore adolescenziale insozzato dalla malavita. L’innocenza spodestata da un cinismo senza eguali: “Lo facevamo per essere più indipendenti, per metterci in proprio” si difende una delle due.

Ingenuità e pudore ripudiati dal disincanto e smaliziato sorriso di adulte ormai incancrenite dalle durezze di un’esistenza nuda di valori e verità, che veste solo la maschera del vizio e dell’osceno.

Questo il quadro quanto mai crudo che deriviamo da qualsivoglia testata di quotidiano o titolo di telegiornale. Una tale assuefazione al marciume da parte delle due minorenni da lasciare a bocca asciutta. Il fiore degli anni speso la mattina tra le aule scolastiche e il pomeriggio irreversibilmente sciupato buttate in un ricco alloggio pariolino, le ricche mura trasudanti squallore, depravazione, morte.

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Svendono l’intimità a sconosciuti di ogni età, ceto e desideri, in cambio di qualche banconota e pochi grammi di cocaina, apparentemente senza scrupoli di sorta. Anzi – gli inquirenti ritengono – con il consenso e persino l’incitamento di una madre degenere, che si giustifica con un agghiacciante: “Non sapevo mia figlia si prostituisse, credevo solo spacciasse” – per quanto dalle intercettazioni si rilevi che la donna inducesse apertamente la figlia a “contribuire al bilancio familiare”.

Così funziona quello che la giornalista de “La Stampa” Grazia Longo nell’articolo del 13 novembre definisce “il supermercato del sesso”, delineato nelle disinvolte dichiarazioni rilasciate dalle baby-squillo con tale inusitata dovizia di particolari scabrosi che il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, si pronuncia sgomento: “Non solo ci ha scosso, mi ha scosso come padre e cittadino“.

Si trovano ora in carcere con l’accusa di spaccio e induzione alla prostituzione Marco Galluzzo, imprenditore edile quarantanovenne, e Mirko Ieni, trentottenne soprannominato “Bambus” da “bamba”-  nickname per definire la cocaina.

Dino Buzzati pare suggerirci nel suo romanzo “Un amore” una risposta, da non interpretarsi però come giustificazione quanto piuttosto analisi sincera e appassionata dei meandri più reconditi della psiche umana, agli interrogativi che naturalmente sorgono in merito a tantus scelus. Il Bellunese scrive così:

Sadismo forse? Il perverso compiacimento di vedere una cosa bella, giovane e pulita, assoggettarsi come schiava alle pratiche più sconce? L’assaporare lo spasimo dell’umiliazione corporale di cui la ragazza certamente non è consapevole, anzi lei quasi se la spassa e si diverte e ride ma nel fondo del suo animo qualcosa intanto si contorce e si ribella e vomita ma lei ride, fa i giochetti, arrovescia indietro la testa, gli occhi chiusi, la boccuccia anelante, come fosse in paradiso? “

Perché giungere a tanto se tale è lo schifo e il ribrezzo del lurido cliente? Semplice scellerato desiderio di alienazione nel commercializzare il proprio corpo con tanta leggerezza ossimoricamente  infantile? Buzzati ci soccorre ancora:

” Così girato, il volto si presentava di fronte, nel suo taglio genuino, con una proterva sicurezza di sé, come a dire: mi vedi? vero che sono diversa dalle altre? vero che ti piaccio? Però senza civetteria lasciva.

 Le bambine fanno così, guardando la mamma, il papà, i fratelli, quando le vestono per la prima comunione.

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