• martedì , 24 Novembre 2020

Se telefonando…

Siamo la generazione del telefono in mano. Chiamate di lavoro, di amici, parenti, chiamate sbagliate. Ognuno di noi, premendo il tasto verde avrà sentito svariate volte le solite frasi: “Ciao, sono la mamma”, o un banale “Volevo avvisarla che il suo cappotto e’ pronto per il ritiro”, piuttosto che “Salve, posso proporle un ottimo contratto per luce e gas?”, il classico “Scusami, mi e’ partita la chiamata” e il fastidioso “Chiedo scusa, devo aver sbagliato numero.”. E poi: “Buongiorno, sono Papa Francesco.”

Che fosse un Papa innovativo e “rivoluzionario”, l’avevamo capito fin da subito. Fin dalla scelta del nome, fin dal primo saluto. La rinuncia al mantello di ermellino e alla croce d’oro, cambiata con una di ferro. Poi la visita a Lampedusa e l’iniziativa al carcere minorile di Casal del Marmo. Il suo travolgente carisma e la sua affascinante schiettezza stanno lentamente cambiando (o perlomeno scuotendo) il mondo. Il punto è che questo Papa non si limita a commentare e predicare. I problemi lui vuole risolverli. È un Papa pronto ad alzare la cornetta e comporre un numero di telefono. E questa è la testimonianza più vera di un Pontefice, che pur ricoprendo la più alta carica ecclesiastica, è comunque il rappresentante di Cristo in terra, e in quanto tale vicino ai fedeli. Vicino agli uomini.

 

E per essere vicino agli uomini, lui vuole parlare con loro, discutere, sentire cosa hanno da dire. E non importa chi sia l’interlocutore, una trentacinquenne ragazza madre, un bambino malato di distrofia muscolare, un giornalista politico o la madre di un giovane imprenditore assassinato, perché davanti agli occhi di Dio meritiamo tutti una parola di conforto, o un ringraziamento speciale per un disegno inviato al Vaticano da un bambino o addirittura un chiarimento e un confronto in merito alla posizione della Chiesa in tempi così travagliati.

 

Ma cosa potremmo dire, cosa potremmo chiedere, se rispondendo al telefono dovessimo davvero trovarci ad interloquire con il Pontefice? Cosa ancora potremmo chiedergli? Qualcosa a cui le sue parole, i suoi discorsi, che hanno in parte sconvolto e in parte affascinato il mondo, non abbiano già risposto.

Ci ha detto che “i giovani hanno bisogno di lavoro e speranza”, ma non hanno né l’uno né l’altra, e il guaio è che non li cercano più. Perché non le cerchiamo più? Non vogliamo cercarli, o ci è stato insegnato a non cercarli? Si può vivere concependo il futuro solo come un astratto, senza averne certezza? Può la Chiesa aiutarci a ritrovare la speranza, può aiutarci a ritrovare la certezza? Sono queste le domande che i giovani vorrebbero porgli.

E chissà cosa risponderebbe. Un modo per soddisfare queste questioni lo troverebbe, senza ombra di dubbio. Ma se davvero abbiamo bisogno una risposta, possiamo sempre prendere carta e penna, scrivere al Vaticano, a Papa Francesco nello specifico, allegare il nostro numero di telefono… e aspettare.

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