• sabato , 8 Maggio 2021

Intercettazioni: uso e abuso

Secoli fa, le lettere di Mary Stuart venivano intercettate dai funzionari inglesi al servizio della Regina Vergine, sua cugina.

Pochi mesi fa, il cancelliere Angela Merkel e il presidente del Brasile Dilma Rousseff erano in prima pagina per essere state intercettate dall’alleato statunitense.

Da sempre nella storia le comunicazioni vengono intercettate e utilizzate, sia a fini  politici e militari da parte di nazioni – singole o alleate -, sia per finalità private (basti pensare allo spionaggio industriale tanto diffuso fin dal ‘800).

Se è vero che la storia “magistra est”,  non  è una novità che mezzi come le intercettazioni e lo spionaggio siano usati o abusati per i propri interessi: lo facevano ai tempi dell’antica Roma, e dopo secoli queste notizie sono ancora all’ordine del giorno sui nostri quotidiani. Ciò che è cambiato nel corso negli anni pertanto, non è l’approccio dell’uomo a tali strumenti, bensì l’evoluzione della tecnologia stessa: i nuovi mezzi presentano nel bene e nel male  il vantaggio/svantaggio di un’estesa raccolta e diffusione di informazioni, ormai globale e immediata.

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Tale possibilità  costituisce un nuovo potere sovranazionale molto forte in grado di condizionare le scelte di politica interna ed estera dei singoli stati e, di conseguenza, l’economia mondiale, oggi sempre più connessa ed interdipendente.  Si pensi ad esempio  alla cosiddetta “primavera araba”: attraverso Twitter e il più generico uso della rete, la popolazione egiziana poteva organizzare in tempo reale la sua protesta.

WikiLeaks ne è un altro chiaro esempio: esso infatti è un sito web ideato da Julian Assange che raccoglie e diffonde integralmente informazioni riservate garantendo l’anonimato degli informatori.

Ad ogni modo, il processo di raccolta e diffusione di informazioni è un atto di per sé eticamente deplorevole in quanto viola la libertà delle singole persone; tuttavia, esso è socialmente accettato in quanto i cittadini si sentono protetti da presunte minacce terroristiche, criminali o militari.

E’ il gatto che si morde la coda: la pubblicazione di informazioni riservate condiziona la percezione che i cittadini hanno di tali minacce; e tale percezione, a sua volta, legittima la raccolta e l’utilizzo di informazioni riservate. Il risultato: un processo auto-referente che rischia di rivelarsi pericoloso per la libertà dell’uomo.

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