• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Ciak, si gira!

scena prima:

i ragazzi entrano chiacchierando tra di loro e vanno a prendere posto nei banchi. Continuano a parlare fino a quando il suono della campanella li richiama al silenzio. Tra gli ultimi brusii si alza chiara e autorevole la voce del professore: “Buongiorno ragazzi. Oggi la lezione sarà tenuta dal Dott. Luca Aimeri, autore di libri di cinema e altre pubblicazioni, di sceneggiature e altre forme di racconto per immagini. Si occupa di sceneggiatura a livello di teoria, pratica…”. “Eccetra eccetra eccetra” lo ferma, all’improvviso, lo sceneggiatore. “Ragazzi, a parte tutta la presentazione, sono venuto a parlarvi del mio lavoro e di come scrivere un film” dice camminando da una parte all’altra della sala. “Ah, scusate. Non riesco a spiegare stando fermo” e riprende a parlare.

scena seconda: 

suona la campanella. Lo sceneggiatore chiude i libri sul banco e prepara lo zaino per andarsene, chiacchierando con il professore fino a quando una ragazza, avvicinandosi con un foglio in mano si rivolge direttamente a lui. “Buongiorno, posso porle qualche domanda per un’intervista?” e l’altro sorridendo e lasciando perdere gli ultimi libri risponde: “certo!

scena terza:

Se potesse guardare alla sua vita come un film e se avesse la possibilità di agire su di essa come sceneggiatore, cosa rivivrebbe o riscriverebbe?

“Cosa sarebbe successo se…?”: è un concept alla base di alcuni film e programmi tv. Fa leva sul fatto che tutti vorrebbero tornare indietro per cambiare qualcosa.

Ma come una storia, anche la vita è una concatenazione di “bivi”: ogni scelta reindirizza il percorso, ogni cambiamento influenza gli sviluppi.

Ho visto un numero sufficiente di volte Ritorno al futuro per ricordare bene il monito di Doc: non modificare il corso degli eventi, le conseguenze sarebbero imprevedibili, catastrofiche! Una cosa un po’ delicata e rischiosa.

Piuttosto preferirei trovarmi per qualche giorno nella condizione opposta, quella di Bill Murray in Ricomincio da capo: rimane incastrato nella stessa giornata, la rivive continuamente, sa che il giorno dopo ricomincerà tutto da capo e che, qualsiasi cosa faccia, non ci saranno conseguenze permanenti. La sveglia del mattino resetterà tutto, come se fosse un sogno (e alla lunga un incubo).

Si vede come il tipico sceneggiatore cinematografico: “malinconico, disilluso e frustrato”?

Questo è l’autoritratto classico, rigorosamente “in nero”, degli sceneggiatori sullo schermo. “Autori al servizio di altri autori”, storicamente in ombra.

Ho ovviato al problema non proponendomi mai solo come sceneggiatore cinematografico o fossilizzandomi nell’inseguimento del grande schermo, ma tenendo sempre il piede in più scarpe, tra teoria, pratica, formazione, consulenza; ed applicando sempre più spesso competenze e scrittura in altri ambiti, fino a creare uno studio che si occupa di “idee parole immagini” in vari settori (editoria, arte, didattica, comunicazione ecc.) e dove mi occupo dei video necessari in prima persona. L’ultimo lavoro è una serie di video di didattica dell’arte, realizzati per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Ha parlato di un suo film; ce lo può presentare dicendoci anche un aspetto positivo e uno negativo di questa esperienza?

E’ un lungometraggio noir ambientato a San Salvario, si intitola Tre Punto Sei (dalla formula dell’eroina). Lo scrissi insieme a un amico, Nicola Rondolino, che ne fu anche il regista.

Una bella esperienza perché vedere trasformato finalmente in un vero film sul grande schermo ciò che prima hai a lungo immaginato nitidamente ma solo sulla carta, è emozionante.

Meno belle e molto demotivanti furono l’infinita odissea produttiva che precedette le riprese e l’assurda vicenda distributiva che seguì: un’avventura che il regista racconta bene nell’edizione dvd.

Nel momento in cui idea una storia, ci ha detto, immagina e rilegge la quotidianità come se fosse un film; qual è normalmente il suo personaggio ideale, quello che la colpisce ogni giorno? 

E’ un meccanismo standard della creatività in generale. Se stai lavorando a un progetto, entri automaticamente in modalità “cacciatore di idee” e inizi a guardare con un occhio diverso alle cose.

A seconda di ciò cui stai lavorando, cerchi determinati spunti.

Se si tratta di una storia, i personaggi ambienti o situazioni che attireranno l’attenzione dipenderanno dal genere di storia.

Ha un film preferito? E c’è un film che l’ha convinta o perlomeno spinta a dedicarsi al mondo della sceneggiatura?

Credo sia impossibile avere un film preferito in assoluto. A mano a mano che vedi film, scopri titoli che scalzano il “primo posto” e si generano automaticamente delle “liste di film”.

Un film che per me è stato molto importante è Cuore selvaggio di David Lynch; mi folgorò, spingendomi definitivamente verso gli studi in Storia e Critica del Cinema.

Non c’è invece un particolare film che mi abbia portato alla sceneggiatura e al suo studio. Piuttosto fu illuminante seguire un corso del “guru” della sceneggiatura Robert McKee.

Di certo alcuni tra i miei film preferiti sono incentrati sulla figura dello sceneggiatore: Viale del tramonto, Il ladro di orchideeI protagonisti, Barton Fink

Ha un film nel cassetto, o un’idea che vorrebbe vedere realizzata?

Per una cosa che va in porto, ce ne sono tantissime che si perdono. Nel tempo, nel “cassetto”, si accumulano automaticamente tanti progetti. Ma nella grande famiglia delle idee quelle cinematografiche hanno una particolarità: invecchiano velocemente. “Scadono” e non ci pensi più in maniera abbastanza naturale.

Sempre in ambito cinematografico, cosa ne pensa di Capitan Harlock e del grande progresso che sta avvenendo in campo grafico? Secondo lei è diverso scrivere una sceneggiatura per questo genere di film e se si, è più difficile?

Sono un po’ allergico al genere. E preferisco le idee nuove, piuttosto che ritrovare quello che già vedevo da bambino alla tv o nei fumetti.

In generale, scrivere per il “digitale” implica una maggiore libertà per la fantasia e l’invenzione, che possono spaziare svincolati dai limiti del reale. Si possono inventare mondi interi. I generi ideali sono quindi fantascienza, fantasy ecc.

Livello tecnologico, qualità tecnica, effetti speciali in sé mi interessano poco; mi interessano se offrono nuove possibilità per il racconto.

The End

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