• lunedì , 23 Novembre 2020

Il coraggio della Giustizia

In occasione dell’inaugurazione del cortile digitale abbiamo avuto la possibilità di intervistare Gian Carlo Caselli, ex-procuratore capo ed ex-allievo di Valsalice.

Magistrato italiano, conosciuto in particolare per il suo impegno contro la mafia, ci narra la sua esperienza negli anni del liceo e la straordinaria avventura di una vita spesa per la Giustizia.  

Ritorno a Valsalice, la sua scuola: la vede diversa e migliorata su alcuni aspetti? 

Dopo quasi 60 anni per forza sono cambiati moltissimi aspetti (basti pensare che le nostre classi erano di soli maschi…). Nello stesso tempo è facile cogliere una forte continuità col passato, non solo “logistica” ma anche di clima, di atmosfera.

A cosa le è servito Valsalice nel suo lavoro da magistrato?

Ho imparato che il futuro dipende da noi. Non è un domani esterno, ma un avvento che ci corre incontro.  Sono proprio le scelte che facciamo oggi a preparare il futuro.

Se ai suoi tempi ci fosse stato un giornale come “Il Salice”, quali argomenti sarebbero stati trattati?

Tutti gli argomenti che potevano interessare un liceale di allora. Ma è passato troppo tempo perché me ne possa ricordare qualcuno in particolare.

Il cortile digitale offre una grande opportunità agli allievi, pensa che possa essere loro utile nella società odierna?

 Non solo utile. Direi decisivo.

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Cosa consiglierebbe agli allievi per vivere bene il loro percorso liceale?

Respingere la tentazione al disinteresse a e al disimpegno. Essere capaci di critica argomentata e intelligente. Avere il coraggio di allontanare da sé tutto ciò che seduce ma può portare fuori strada. Saper rompere gli idoli del conformismo e delle facili quanto pericolose scorciatoie.

Questo è tutto ciò che vi auguro.

Si è sposato nella chiesa di Valsalice, come ci ha ricordato durante la celebrazione eucaristica in occasione dell’inaugurazione del cortile digitale. Ritrovandosi lì che ricordi e sensazioni ha rivissuto?

Sono tutti ricordi che riportano ad un’epoca di speranze e sogni, proiettati verso un futuro che sta cominciando. Sensazioni di tenerezza e commozione. Anche perché le cose (in quel futuro che cominciava) non sono poi andate troppo male. Anzi…

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Nella sua esperienza di procuratore capo non sono mancate le difficoltà e i momenti di gioia. Qual è stato l’attimo che nella sua carriera ricorderà per sempre?

Sono tantissimi i momenti che non potrò mai dimenticare. Uno per tutti: quando, con la mia famiglia (che conosceva benissimo le terribili difficoltà che avrebbe dovuto affrontare insieme a me) decisi volontariamente di chiedere il trasferimento da Torino a Palermo, subito dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, per provare a prenderne il posto pur con tutti miei limiti.

Una scelta difficilissima, non solo per i rischi enormi che si correvano sul piano personale dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, ma anche per le pesanti responsabilità che così si assumevano, essendo letteralmente in gioco –  dopo l’attacco mafioso al cuore dello Stato –  le sorti della nostra democrazia. Sono orgoglioso di poter dire che siamo riusciti a dare (i miei colleghi palermitani ed io) un contributo per salvarla.

Parlando di attualità come può lo Stato affrontare un problema come i No-Tav?

Alla magistratura compete il dovere di perseguire i reati, quelli violenti in modo particolare, anche se molti vorrebbero che si lasciasse fare, che si guardasse da un’altra parte invece di applicare la legge.

Lo Stato in generale deve resistere alle pressioni dei facinorosi estremisti che vorrebbero imporre ad ogni costo quel che piace loro, anche se contrasta con decisioni legittimamente prese a livello europeo e nazionale, sia centrale che locale.

Altrimenti, che democrazia sarebbe?

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Quale potrebbe essere una strada da percorrere per giungere ad una soluzione in Val di Susa? 

Ammesso che lo scavo di una galleria tolga qualcosa alla Valle, bisognerebbe restituire altrettanto se non di più in termini di compensazioni. L’esempio francese parla chiaro.

Come giudica il fenomeno mafioso nell’Italia settentrionale?

Le mafie ci sono anche al nord.

Non vederle o stupirsene è come stupirsi che la pioggia bagna. Per non restarne infradiciati bisogna aprire gli ombrelli giusti, che per contro  troppi (politici, amministratori, operatori culturali e dell’informazione) hanno lasciato chiusi.  Delegando tutto esclusivamente alle forze dell’ordine e alla magistratura. Intanto l’economia illegale di stampo mafioso inesorabilmente si è espansa, insinuandosi ovunque e cercando di impadronirsi di tutto.

Libero mercato e concorrenza rischiano di ridursi a finzioni, mere apparenze. Troppo spesso si dimentica, come dice Mario Draghi, che “più legalità uguale meno mafie e meno mafie uguale più sviluppo”. Un’equazione matematica verso la quale dovrebbe indirizzarsi ogni buona politica. Invece…

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