• mercoledì , 28 Ottobre 2020

I nativi digitali e l'alcool

Notte tra il 7 e l’8 giugno 2014, Torino: sette ragazzi di età compresa tra i quindici e i diciassette anni festeggiano l’assai agognata fine della scuola in un noto locale di Sant’Ambrogio di Susa, l’Havana. Organizzato un tavolo, gli studenti iniziano a bere intere bottiglie di superalcolici, ingurgitando tutto ciò che gli è portato dai responsabili del noto club. Tutto sembra procedere per il meglio, fino a quando, intorno alle due di notte, il gruppo di minorenni inizia a non sentirsi bene; quando il più giovane della compagnia, quindici anni appena, perde i sensi, il padre di una delle  ragazze della compagnia contatta le forze dell’ordine e l’ambulanza: saranno tutti trasferiti all’ospedale di Rivoli per intossicazione di sostanze alcoliche. Il più grave è il quindicenne: coma etilico, si risveglierà la mattina dell’8 giugno, dopo una notte piena di disperazione, rabbia e incredulità da parte di genitori e parenti.

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Notte tra il 12 e il 13 giugno 2014, Londra: 4 ragazzi di età compresa tra i diciotto e i vent’anni sono pagati dal produttore di programmi televisivi David Warren per farsi riprendere mentre seguono una nuova “moda” che sta dilagando fra i giovani: il “Binge drinking” (letteralmente significa “bere sfrenatamente” dall’inglese). E’ definito una sorta di “sfida” tra bevitori: vince il primo che riesce ad ubriacarsi nel minor tempo possibile, con ogni sorta di bevanda alcolica a disposizione. Il risultato può essere potenzialmente letale, e nonostante il buon numero di ascolti televisivi che l’impresa frutta, dopo ventisei bicchieri di vino per le due componenti del gruppo femmine e quarantotto per la parte maschile, i ragazzi saranno trasportati d’urgenza in ambulanza per intossicazione alcolica; il produttore verrà denunciato dalle famiglie e sarà costretto a sospendere il programma.

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Due vicende, due scandali e soprattutto due preoccupanti campanelli d’allarme che sono rapidamente finiti nel dimenticatoio. Sebbene la maggior parte dei lettori di giornali (e, purtroppo, i giornalisti stessi) abbia dedicato poca attenzione e poche righe ai fatti appena citati, le informazioni che otteniamo sono a dir poco preoccupanti; e il fatto che siano poco considerate dai media lo è ancora di più.

Il primo degli avvenimenti riportati potrebbe apparire quasi come un déjà-vu: non è di certo atipico che un gruppo di ragazzi esca a fare baldoria per festeggiare la fine della scuola e, tra un bicchiere e l’altro, qualcuno torni a casa un po’ ammaccato. Ma appena si sente che i ragazzi erano minorenni, e che il più giovane di 15 anni ha raggiunto il coma etilico, allora un sorriso può facilmente mutare  in una smorfia di disapprovazione.

Tralasciando i danni fisici e soprattutto morali che ciò ha sicuramente lasciato nell’adolescente, è quasi scontata un’accusa diretta ai due responsabili di questo vergognoso episodio, ovvero i genitori del ragazzo e i proprietari del locale. Purtroppo non ci si può più limitare a puntare il dito contro qualcuno e farlo punire dalla legge, proprio perché il vero responsabile dell’intera vicenda è, possiamo dire, un concetto astratto: la società.

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Ormai troppo superficiale e piena di finti valori e illusioni, porta degli adolescenti qualunque a pensare che andare in un locale, spendere un’ingente quantità di denaro per un tavolo e mandare giù un superalcolico apra le porte al divertimento e alla “bella vita” che molte pellicole cinematografiche ci professano come vera e unica via per goderci il nostro tempo libero. Se poi i ragazzi in questione sono anche minorenni, la faccenda raggiunge quasi la soglia del ridicolo: a parte l’evidente illegalità della “notte brava” dei sette (che ha portato alla sospensione del locale e alla denuncia del proprietario), è preoccupante che dei “nativi digitali” come noi e come i malcapitati di questa vicenda diventino dei “nativi alcolisti” così prematuramente.

E il secondo degli avvenimenti, se è possibile, è ancora  più “illuminante” del primo, proprio perché permette di capire con quale atteggiamento i giovani di oggi si avvicinino all’alcool. Il Binge drinking ha come obiettivo finale il completo stordimento del giocatore con ogni bevanda alcolica a disposizione, cui segue il coma etilico, dopo il quale sopraggiunge inevitabilmente la morte. E sebbene i motivi per parteciparvi siano tutt’altro che allettanti, sta avendo una grandissima diffusione tra le nuove generazioni (come si è visto nella vicenda).

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Ciò prova un particolare che sembra quasi scontato: i giovani bevono per l’effetto che la sostanza provoca, tralasciando cosa e come la si stia mandando giù. Poco importa se è vino, birra, vodka o un qualsivoglia tipo di sostanza: più ce n’è, più l’effetto è garantito, e perciò è male rifiutare un altro bicchiere. E per alcuni (come ai ragazzi della seconda vicenda) le grandi bevute di questo tipo hanno anche un lieve sapore di sfida contro se stessi, per scoprire i propri limiti e ricercare sempre più sensazioni considerate “da sballo”. Purtroppo ciò non ha mai esiti positivi, e l’episodio che ha interessato Warren ne è un esempio lampante. L’alcool è una droga a tutti gli effetti, e come ogni tipo di droga non se ne deve abusare: non “beviamoci” il nostro buonsenso, perché magari quel “no” a un superalcolico potrà fare la differenza in futuro. 

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