• domenica , 25 Ottobre 2020

Il Regno di Cartapesta

Immagini di terrore.

Immagini che speravamo di non rivedere mai più. Non dopo il fenomeno del nazismo.

Eppure oggi nei disegni dei prigionieri dei “gulag” della Corea del Nord, diffusi dall’Onu, si scorge lo stesso odio per l’uomo. La stessa inarrestabile malvagità che permea gli aguzzini.

Torture di ogni tipo sono inflitte sotto il potere dispotico di Kim-Jong-Li.

Se la foto del leader non è spolverata in modo adeguato.

Se canti in modo erroneo l’inno della nazione.

Se disturbi la quiete pubblica o intralci il progetto politico in atto, sei inevitabilmente classificato come prigioniero politico e mandato in uno dei primitivi 12 gulag coreani, 4 dei quali attivi: il campo numero 14 di Kaechon, il campo numero 15 di Yodok, il campo numero 16 di Myonggan e il campo numero 25 di Chongjin.

Il campo numero 22 è stato chiuso nel 2009-2010. Dei 50.oo0 prigionieri non si ha alcuna notizia.

L’Onu ha stilato un rapporto di 372 pagine a proposito dei crimini commessi dalla famiglia regnante dei Kim.

Un insieme di testimonianze che colpiscono anche perchè perpetrate per 50 anni, nel silenzio indiscusso, nell’ignoranza di un così grave avvenimento.

Le torture riportate e testimoniate sono molteplici a partire da quella del piccione, considerata la peggiore. Gli uomini vengono appesi al muro con le braccia in su, sollevati in modo che non possano toccare la terra con i piedi e vengono lasciati in questa posizione per giorni interi. Disidratandosi.

Le prigioni sono piccole e per entrare c’è un passaggio di circa 80 cm, così non resta che avanzare a ginocchioni.

Perchè l’uomo non è più uomo, ma animale.

I comandanti possono abusare sessualmente delle detenute, ma in caso di parto di una di queste ultime, il neonato viene gettato in pasto ai cani e la madre torturata.

Nell’isolamento gli uomini soffrono di solitudine e addestrano i topi, quegli stessi animali che sono costretti a mangiare per non morire di fame o da cui sono torturati.

Durante le fucilazioni, i parenti del condannato sono costretti a guardare e se si lamentano o piangono sono classificati come prossime vittime di un regime che estirpa dal cuore dell’uomo la commozione, la tristezza, la disperazione. Il sentimento.

Pyongyang nega ogni cosa, ma le mappe disegnate dai sopravvissuti rispecchiano, con una precisione millimetrica, le foto dei satelliti.

Le case della morte così come sono descritte combaciano in tutto e per tutto con delle costruzioni riflesse nelle immagini del territorio nord coreano.

Ma oltre le torture, oltre l’impassibilità dei carnefici, quello che viene considerato ancor più pericoloso è l‘indrottinamento.

I bambini sono fin da piccoli addestrati a seguire, a obbedire, a morire per il loro Caro leader.

Fin da giovani vengono selezionati per i “mass Game”, in cui devono rappresentare delle coreografie perfette, preparate per mesi. Se qualcuno sbaglia viene allontanato nei gulag. Se qualcuno non riesce a reggere ai ritmi estenuanti muore, e il suo nome risuona per la nazione. Perchè è un eroe. Perchè ha dato la vita per Kim-Jong-li.

Ogni forma di occidentalizzazione viene rifuggita come qualcosa di pericoloso. La religione è una sola, quella del leader. I cristiani vengono perseguitati come tanti rappresentanti delle altre confessioni. Marito e moglie vengono selezionati dallo stato.

Il tutto in una inconcepibile parvenza di libertà.

Adam Johnson, autore del libro Il Signore degli Orfani, dopo sette lunghi anni di ricerche è riuscito a sottolineare ogni peculiare aspetto di un mondo indiscutibilmente chiuso, malvagio e in parte sconosciuto.

Nel suo romanzo, con candida sincerità, è stato in grado di mettere sotto la luce dei riflettore internazionali il regno di cartapesta della Corea del Nord.

Per le prime 100 pagine il lettore crede fermamente che il fatto avvenga in un tempo passato, nel secolo scorso. Quanto stupore, invece, quando si comprende che la narrazione è ambientata ai giorni nostri. Quando compare il nome di un Ipad di ultima generazione in un mondo di incredibile arretratezza e incomprensibile assenza di libertà.

Ma nella nostra commozione, nella nostra consapevolezza, nel nostro non voler dimenticare, si erge la vittoria su ogni forma di potere dispotico e tirannico.

La vittoria su quegli uomini che non sono più uomini, ma bestie.

 

 

 

 

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