• mercoledì , 21 Ottobre 2020

Open

Non gli bastava aver vinto 60 ATP ed essere stato il primo tennista ad aver conquistato i 4 tornei dello Slam. Andre Agassi si gioca tutto, proprio come nella finale di Wimbledon, mettendosi a nudo, senza pudore, con un’autobiografia “Open” che ha venduto in pochi mesi in Italia 150 mila copie diventando il caso letterario dell’anno.
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Cresciuto da un padre-padrone ossessionato dal gioco e dalla perfezione, che lo voleva a tutti i costi numero uno al mondo. Sottoposto fin dall’infanzia a continui e inumani allenamenti contro il “drago” una macchina sputapalle posta nel cortile di casa. 2500 colpi al giorno. Era questo l’obiettivo. Trasferito alla Nick Bollettieri Tennis Accademy, centro di addestramento, rivelatosi presto un vero campo di prigionia sportiva, ha passato l’adolescenza a  dormire in cuccette traballanti, mangiando spezzatini gelatinosi.
Sveglia all’alba, pochi contatti con il mondo esterno. Come la maggior parte dei galeotti, sonno e lavoro e le pietre più grosse che spaccava erano gli allenamenti. Un Gladiatore che si preparava nei sotterranei del Colosseo. La pressione costante e una competizione spietata comportano  che  nel collegio prevalga una sorta di legge della giungla come nel “Il signore delle mosche”. A diciassette anni si presenta con capelli mechati corti davanti e lunghi dietro e pantaloncini di jeans. Ecco la “firma” che nel corso della sua carriera lo ha portato ad essere  fatto nero dai critici sportivi che lo accusavano di volersi distinguere, cercando di cambiare il tennis, quando in realtà, tentava solo di evitare che il gioco trasformasse lui.
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Denominato “il ribelle“, in lui continuavano a crescere le insicurezze e le debolezze, causate dai riflettori sempre puntati. La sua condizione mentale influenzava quella fisica, provocandogli sconfitte umilianti e atroci dolori. Trovó la salvezza in Gil, personal trainer, che comportó una svolta nella sua carriera. Fu l’uomo che non cercó mai di cambiarlo, combattendo al suo fianco e accompagnandolo nella scalata che lo porterà ad essere il numero uno. Nonostante questo Agassi non è  mai riuscito a godersi la vittoria, provando soltanto brevi momenti di euforia, poco gratificanti dal momento che “vincere non cambia niente. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ció che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente”.
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Dopo i suoi anni d’oro sembrava essere finito, ma ritornó ai vertici più amato di prima grazie al matrimonio con la campionessa Steffi Graf. Nel 2006 decide di dire addio, rivolgendo un commovente ringraziamento ai suoi sostenitori, ricevendo una standing ovation  da parte anche dei suoi colleghi. Molti giornalisti sportivi riflettono sulla sua trasformazione, ma questa parola non colpisce nel segno. La trasformazione è un cambiamento da una cosa in un’altra, mentre quella di Andre è una crescita come quella di tutti i ragazzini. Non sapeva chi era e non accettava il fatto che i grandi decidessero per lui. Gli adulti fanno sempre questo errore di trattare i giovani come prodotti finiti quando in realtà sono in fieri. È come giudicare un match prima che sia stato concluso: ci sono state troppe furiose rimonte e colpi di scena per pensare che sia giusto.
Quello che la gente vede ora è l’immagine vera, non alterata. Le vedute non sono cambiate, ma aperte. La gente ha scambiato la sua auto-esplorazione come auto-espressione. Così come diventa fraintendibile la sua dichiarazione di odio nei confronti del tennis. Un continuo divario tra ció che vuole e ció che effettivamente fa,affermazione che ci riporta al carme di Catullo”Odi et amo”.
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Un tornado di sentimenti che Agassi riesce a racchiudere in poco meno di 500 pagine, scrivendo la sua storia appassionante, in alcuni tratti commovente,ricca di alti e bassi che ben rispecchia il gioco e la carriera del campione americano.

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