• lunedì , 26 Ottobre 2020

L’altra faccia di Hollywood

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Non è tutto oro quel che luccica e Hollywood ne è un valido esempio.  La tragica morte del celeberrimo Robin Williams è solo uno dei tanti atti disperati che, in tutti questi anni, hanno alimentato una drammatica aurea d’infelicità e tristezza attorno al celebre quartiere di Los Angeles. In una recente intervista, il poliedrico Williams aveva affermato di “aver fatto uso di cocaina da giovane” e di “esserne diventato dipendente”. “Il vero problema di Hollywood – ha rivelato in un’intervista – è la frenesia che la attanaglia”.

Tutti sono in preda all’agitazione, non si fermano mai, e a ognuno interessa unicamente il guadagno del proprio film o della propria sitcom. Se magari inizi a non avere più successo come attore, e ad avere di conseguenza problemi economici cadi in depressione, e un rimedio veloce ed efficace è tirare di coca. La droga diventa l’unico mezzo per riuscire a rialzarsi; il vero problema è che poi, una volta che ti ha preso, non ti lascia più scappare.

E dopo essere caduto in tempi più recenti anche nella trappola dell’alcolismo, si è lasciato andare e ha deciso di finire la sua vita nel più netto dei modi, con un suicidio che ha sconvolto tutto il mondo (inclusi alcuni miliziani dell’ISIS in Iraq, attualmente impegnati nel genocidio cristiano, i quali hanno espresso sul social network Twitter la propria afflizione per la perdita). Già, perché nessuno si sarebbe mai aspettato che nell’animo di un uomo a prima vista così pieno di vita e così allegro si nascondesse un demone, che non gli avrebbe permesso di stare al passo con la vita: un Peter Pan indimenticabile, un medico-clown strappalacrime, una tata travestita e decine di altri ruoli a cui tutti devono una parte della propria infanzia, e a cui si ripensa con rimpianto e commozione. E il suo suicidio completa solamente una sconfinata catena di rockstar, attori, cabarettisti e geni indiscussi che non ce l’hanno più fatta a continuare la propria esistenza; un male oscuro e subdolo che colpisce un mondo considerato da tutti felice e cristallino.

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Jimi Hendrix, forse considerato il migliore chitarrista mai esistito, rinvenuto il 18 settembre 1970 nel Samarkand Hotel stroncato da un mix di alcol e tranquillanti; John Belushi, celebre per la pellicola “The Blues Brothers”, trovato morto un una camera d’albergo di Los Angeles per un’overdose di cocaina ed eroina; Heath Ledger, uno dei più talentuosi attori del panorama hollywoodiano, medesima sorte di Belushi; e più recentemente il pluripremiato attore Philippe Seymour Hoffman, morto il 2 febbraio scorso nel suo appartamento di Manhattan. E poi ancora la cantante Amy Winehouse, Janis Joplin, Michael Jackson, Jim Morrison, e tante altre stelle che componevano il meraviglioso cielo del talento, della passione e della creatività, scomparse per dei problemi e per quella maledetta depressione da cui non si riuscivano più a liberare.

E’ proprio questo uno dei lati più sconvolgenti degli odierni Stati Uniti: uno dei luoghi in cui più si predica la pace, la libertà di opinione, il rispetto per le altre culture, in cui però ognuno deve fare i conti con le proprie debolezze, con il proprio inconscio, sentendosi fondamentalmente solo. Un luogo in cui persino le confezioni degli stuzzicadenti hanno le istruzioni su come non ferirsi, ma dove si trovano armi e arsenali a portata di un click. Un luogo dove una celebrità nasconde dentro di sé drammi che non può permettersi di rivelare, se non vuole veder finire la sua fama nel dimenticatoio.

E’ proprio di questo che si parla nella pellicola cinematografica premiata a Venezia nel 2010 “Somewhere”, di Sofia Coppola: una narrazione esemplare di ciò che è la vita di un attore al vertice del suo successo che deve fare i conti con la figlia adolescente; capirà che la fama è la più effimera delle cose, che il successo vola via facilmente e che il mal di vivere si può risolvere solo con una persona cara affianco, che non badi a quello che sembri, ma a quello che sei veramente. E Williams, nonostante la moglie e i tre figli, si è ritrovato quel maledetto martedì a mezzogiorno nella sua casa a Marin County ad avere un unico pensiero in testa: sembro avere tutto, ma alla fine non possiedo proprio nulla. E si è lasciato andare, impiccandosi con una cintura. La fine di un mito, che finisce la propria vita lasciando risuonare le celebri parole dei suoi studenti nel film L’attimo fuggente: “Oh capitano, mio capitano!”.

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