• martedì , 27 Ottobre 2020

Fuoco e cenere

Irritazione, rabbia, ira, ma soprattutto indignazione. Lo scempio fatto della Cavallerizza Reale non lascia spazio ad altri sentimenti. Un fatto tanto deplorevole è ancora più grave perché ingiustificato : impossibile trovare un senso a un atto di vandalismo da oltre 500mila  euro di danni o comprendere i sentimenti di chi distrugge un patrimonio dell’Unesco. Come perdonare chi deruba le nuove generazioni di un dono ricevuto a propria volta dai propri avi? Non ci sono parole, ma solo domande urlate al vento che non troveranno risposta.

Via Giuseppe Verdi, notte, l’una e mezza, tovaglie di carta e liquido infiammabile. Lingue di fuoco che partono dal tetto, divorano la Cavallerizza Reale nel centro del capoluogo piemontese, prosciugandola del suo fascino e riducendo un’opera d’arte antica oltre trecento anni in cenere.

Cavallerizza_stabile

Lo storico complesso architettonico del centro di Torino era da tempo in stato di abbandono e occupato in parte dal Circolo dei Beni Demaniali, istituzione che conta circa 400 membri, le cui stanze sono state particolarmente danneggiate nell’incendio. Distrutti inoltre parte del tetto e alcuni locali tra cui le sale dell’archivio e la sala da biliardo.

L’incendio è doloso, i sospettati tre. Il custode del Circolo riferisce che tre giovani si sono introdotti all’interno dell’edificio con la richiesta di andare in bagno, poi non sono più usciti. I tre una volta entrati avrebbero facilmente potuto appiccare  l’incendio con tovaglie di carta e cinque bottiglie di liquido infiammabile, uscendo poi da una finestra.

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Queste tuttavia sono solo supposizioni, con le indagini dei carabinieri ancora in corso, gli investigatori non rilasciano ipotesi sull’obiettivo dell’incendio: potrebbe essere il circolo come la Cavallerizza stessa, unico ferito del tragico avvenimento.

In un caotico accavallarsi di voci indignate per l’accaduto, si fa sentire anche l’Assemblea Cavallerizza, collettivo che dal 23 maggio occupa gran parte degli spazi dell’edificio, che oggi più che mai persiste nell’intento di convincere il Comune  a valorizzare  con iniziative culturali il patrimonio artistico in questione, al posto di cederlo a privati, nonostante ricordi che l’incendio ha inciso gravemente sul valore del complesso architettonico.

Così un altro pezzo dell’anima artistica italiana naufraga infossandosi nel fondale del mare dell’oblio, trascinato giù dall’ignoranza dell’Italia stessa. Forse stiamo parlando di masochismo.

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