• lunedì , 19 Ottobre 2020

Oltre il combattimento

Alcune settimane fa usciva sul Corriere della Sera un articolo sulla boxe. Partendo dall’esperienza di Mirko Ricci, campione italiano dei pesi mediomassimi, Loris Stecca, campione del mondo dei pesi supergallo Wba 1984 e Silvio Branco, campione Silver Wbc dei pesi massimi leggeri, il pezzo metteva in evidenza gli effetti e le conseguenze che tale sport esercita sulla psiche degli individui.

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In origine la Boxe nasce per incarnare i principi di lealtà, rispetto delle regole e dell’avversario e per tendere una “mano” di aiuto a vite vissute pericolosamente, salvarle in qualche modo dalla povertà e dall’ emarginazione.

Negli ultimi decenni però i boxeurs hanno fatto sprofondare questa disciplina nella vergogna e nel disonore poiché non sono riusciti ad estraniarsi dai percorsi di violenza e soprusi. Anzi, hanno strumentalizzato lo sport a scopi personali.

boxe garoto

Il motivo di tutto ciò consiste nel fatto che la Boxe si nutre della violenza dell’ atleta e della paura dell’ avversario. Ci si allena per resistere di più alle botte si diviene tonici per potenziare i colpi; gli allenatori non insegnano a placare la rabbia, ma la alimentano trasformando l’individuo non più in uno sportivo, ma in uno strumento di lotta.

Gli effetti. Marchi indelebili sulla fedina penale: risse, denunce, violenze, arresti e condanne.

L’obiettivo. Picchiare e neutralizzare l’ avversario.

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Esiste tuttavia un’altra disciplina il cui fulcro non è tanto il combattimento quanto la conoscenza di sé e l’ autocontrollo. Strano , ma vero soprattutto se si scopre che la lotta non è intesa come attacco, ma come difesa.

Tale disciplina assume molti nomi dovuti ai luoghi in cui si sviluppa – Cina, Giappone – ma comunemente è nota come arte marziale.

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Forse perché abituati ai film di Bruce Lee e di Chuck Norris non si riscontrano grandi differenze con la Boxe anzi, per certi versi, si è più propensi a considerare  l’arte marziale più violenta, micidiale. Non è così.

Attacco e paura non sono la stessa cosa di difesa e rispetto.

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I primi due sono istintivi, illogici, prendono la parte peggiore di un individuo e la potenziano fino a farla diventare un pericolo per la persona stessa. Gli altri invece sono nutriti dalla benevolenza, da ideali, da valori che non mirano alla vittoria del combattimento, piuttosto a far acquisire all’ individuo forza interiore.

Questo anche grazie alla meditazione, momento dell’ arte marziale in cui l’interessato si concentra su di sé e attraverso un lavoro introspettivo– guidato da un maestro- impara a convivere con le sue paure, difetti, debolezze e soprattutto con la sua rabbia.

Ecco ciò che fa delle arti marziali un progetto educativo che insegna a difendere invece che attaccare, a edificare invece che demolire e a saper lottare senza desiderio di combattere per neutralizzare l’ avversario.

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