• martedì , 3 Agosto 2021

Flames of War

Nel mezzo del nulla, che è ovunque. In un giorno, che è sempre, si erge statuaria la morte.

Nera, irriconoscibile, implacabile, armata e con un accento inglese stonato rispetto al paesaggio.

E lentamente, ma inesorabilmente reclama la sua offerta di sangue. Decapitando.

Ponendo fine ad una vita di fronte ad una telecamera. Nessun film horror a cui siamo abituati, ma la cruda e pura realtà trasmessa su rete mondiale.

L’Isis, con il suo boia mascherato, rivendica a gran voce l’attenzione internazionale. Esige la momentanea contemplazione del suo bagno di sangue. Per tagliare la testa all’Occidente.

Si tratta di un breve messaggio: 10 minuti di video che spaventano il mondo, 600 lunghi secondi che torturano l’opinione pubblica.

Decapitandola.

Questo quindi il suo obiettivo: stroncare la nostra fiducia, la nostra speranza. Spiccare dal nostro essere la superba e inconcepibile sicurezza di essere al sicuro.

Perchè le barbarie sono relegate al passato.

Perchè ora si è civilizzati.

Perchè dopo lo scoppio della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki ci crogioliamo nella beata, innocente ignoranza godendo delle nostre ricchezze e delle nostre scaramucce.

Ora, invece, in tutta l’esigente portata di queste notizie siamo costretti a distogliere lo sguardo dal nostro Io, compiangendo i martiri dell’Occidente, ma più che altro mettendoci in crisi.

Infatti nel nostro irrevocabile egocentrismo ci disperiamo per circa due giorni per la morte di un nostro concittadino, di un rappresentante del nostro mondo “perfetto”, e poi torniamo ad abbassare gli occhi su di noi.

Trovandoci incredibilmente spaventati e nudi di fronte ad una potenza che vuole schiacciarci.

Si tratta, quindi, di un chiaro atto bellico, perchè ci vuole far reagire causando una guerra.

“Flames of War” è il titolo del video, dai toni hollywoodiani, trasmesso dal mondo islamico estremista. Un girato che vuole avvolgerci nelle spire, nelle atroci volute delle fiamme di un incendio mondiale.

L’Isis riesce, così, a derubarci della nostra sicurezza e a toccare un particolare nervo scoperto.

Perchè in ogni decapitazione si può leggere, forse, il forte e chiaro e occidentale “PER ME è NO”.

Dai talent show come XFactor o The Voice, alle scoppiettanti competizioni culinarie di Hell’s Kitchen, siamo abituati a dire no, a troncare un sogno, a radicare una concezione di estrema competività nella lotta per la sopravvivenza.

E l’Oriente ci rinfaccia ogni singola azione a cui siamo abituati. Estremizzandola. Esasperandola.

Inostre il “presto” che viene ogni volta pronunciato per bocca del boia è opportunatamente definito “la goccia che fa traboccare il vaso”.

Perchè presto è oggi, ma anche domani.

Presto è sempre.

Presto è insicurezza, fragilità, sofferenza.

E alla fine il loro obiettivo è stato raggiunto con l’intervento delle forze armate americane, con la creazione di un’alleanza anti Isis. Ma portando con sè anche la nostra presa di coscienza.

Nella speranza che l’uomo mai si abitui alla morte.

Si lasci sempre toccare dagli avvenimenti anche se sono lontani e impalpabili, fortunatamente irrealizzabili sulla nostra pelle (per adesso).

Nella speranza che l’uomo accetti questo atto di guerra imparando a non compiere lo stesso errore.

Imparando a reagire, nel proprio piccolo, non con le armi, ma con le parole: gli articoli di giornale, i tweet, i discorsi intereligiosi, la ricerca di un accordo diplomatico.

Sostanzialmente con la consapevolezza. Non vissuta passivamente, ma attivamente.

Con il desiderio e la preghiera di evitare ogni qual tipo di terrorismo psicologico, come il bullismo, il razzismo o “semplicemente” l’odio.

E nella volontà di “non farci rubare la speranza” come diceva Papa Francesco.

Perchè nella speranza c’è la resurrezione.

Nella speranza esiste e lotta la parola “PACE

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