• giovedì , 29 Ottobre 2020

Caro Salice

[box]Giovedì 22 Febbraio durante il convegno “Keep in touch” per introdurre al meglio cosa ha significato un’iniziativa come il Salice in questi 30 anni, sono state presentate quattro testimonianze tra ex-redattori e redattori odierni.

Riportiamo dunque due degli interventi. Per ricordare. (Qui sotto trovate anche il servizio di RetesetteTV) [/box]

[author]Elena Scavino, redattrice[/author]

“qualcuno vuole proporre un articolo?”

Un attimo di gelo.

Gli sguardi corrono dall’uno all’altro, con il sottile ed esplicito “dai, di’ qualcosa” tra le righe.

Fin dai primi balbettii della nostra infanzia, ci è stato insegnato che è molto importante non dire le bugie.

Anche se, ammettiamolo, abbiamo sempre tenuto per Pinocchio e mai per il piccolo grillo saccente. Comunque è mia ferma intenzione in questo caso dire le cose nella naturalezza della realtà, nei suoi aspetti più quotidiani, meno esasperati.

Perciò, caro Salice, di fronte ad una tale platea non verrà meno il mio proposito di apparire perlomeno, come una brava ragazza.

E sì, non tacerò su niente.

Per cui ben si sa che i primi minuti dopo la fatidica domanda del professore Accossato, cala un improvviso e ineluttabile silenzio.

Lucia entra sulla scena illustrandoci articoli dopo articoli. Ma ancora niente. Niente di nuovo dal fronte occidentale. Finchè qualcuno non alza la mano e propone un tema di discussione che assume i caratteri di una vero e proprio dibattito.

Il ghiaccio si rompe e la marea inizia a crescere. Tra le date di scadenza e improvvisi colpi di genio per essere sul pezzo, sembra quasi di scorgere un bagliore di una vera e propria redazione.

I primini spauriti agli angoli iniziano ad intervenire e i maturi (perlomeno lo si spera) redattori dell’ultimo anno dispensano consigli per lavorare su wordpress e incanalare le visite al sito grazie all’uso sapiente dei social network.

Nell’ultimi mesi, tra la preparazione della mostra e di questo beneamato convegno le cose sono un po’ cambiate. In particolare le ore passate in sala salice, si sono, per qualche strano motivo, “leggermente” allungate.

E non si dica che i giovani non amano la scuola.

I salesiani ormai dovrebbero darci almeno un posto dove dormire.

Ma la cosa che sicuramente ci ricorderemo di più sono i mal di schiena per quelle fantastiche sedie rosse. Non c’è redattore che non le sogni nei suoi peggiori incubi.

E dopo una descrizione di tal tipo, qualcuno potrebbe anche chiederci effettivamente il perché di una tale scelta.

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Elena sul palco legge il suo intervento

E la risposta probabilmente la scorgerebbe dal nostro viso sorridente in questo giorno.

Perché noi ci crediamo in questo progetto.

Perché, caro Salice, è la nostra passione e quella dei nostri caporedattori, quella che giorno dopo giorno ha scritto le pagine di questi tuoi 30 anni.

In una ricerca del bello, della notizia che non fa notizia, delle migliaia di esperienze formative e costruttive proposte dalla nostra scuola, scorrevano fiumi di inchiostro ieri e infiniti caratteri oggi…

Quella della redazione è poi un’esperienza attraverso la quale mettersi in discussione, proporre le proprie idee parola dopo parola. Nella ferma convinzione che c’è qualcuno che crede in noi giorno dopo giorno, che non si perde d’animo anche se gli articoli arrivano all’ultimo minuto, dell’ultima ora, dell’ultimo giorno rispetto alla scadenza.

E in questi anni oltre al giornalismo cartaceo e digitale abbiamo persino dovuto affrontare il terrore di una telecamera che sondasse ogni centimetro del nostro volto disfatto dopo 6 ore di scuola (e vi assicuro, non c’è trucco che tenga) per produrre una vera e propria rassegna stampa. Ma alla fine rivedendo tutti i nostri video precedenti non possiamo che sorridere nel ricordarci i refusi, le prove e molto altro.

Con la consapevolezza di essere inevitabilmente cresciuti.

E così, caro Salice, quando lo scorso open day, un papà, dopo la nostra presentazione, mi ha chiesto se fosse quindi un’iniziativa aperta solo ai 10 in italiano, mi sono messa a ridere.

Perché sei molto di più. Sei un concentrato di amicizia, fiducia, errori, crescita.

Per una ricetta che va molto oltre il semplice giornalismo o il voto scolastico.

Con il certificato di garanzia di 30 anni di passione.

 

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Stefano Gallarato, redattore del primo “Salice” nel 1985, ha dato il via ai ricordi
[author]Umberto Mangiardi, ex-redattore e giornalista (oggi amministra Tagli.me ed è uno speaker di Primaradio[/author]

Prima di tutto era un posto dove sentirsi grandi; e dunque coltivare ingenuamente i propri sogni: i nostri anni erano sufficientemente pochi perché non fosse tardi per nulla.

Lasciatemi dar di gomito ad Aristotele: eravamo potenza pura. Con il tempo che era ancora un grandioso alleato, e non un dato di fatto o addirittura un nemico.

Ricordo principalmente tre cose:

1) il mio primo articolo in quarta ginnasio, che consegnai con un errore di grammatica vergognoso, un bell’un-apostrofo davanti a un sostantivo clamorosamente maschile. E tutta la mia convinzione che evapora al momento della lettura comune del pezzo: credo che l’esperienza mi abbia formato, per non dire traumatizzato, dato che non ricordo di averne più inciuccato uno;

2) lo sgomento nello scoprire, anni dopo, che 4.500 battute non sono affatto poche (lo credevo sinceramente!), e che due settimane per chiudere un pezzo sono un tempo che non viene concesso nemmeno all’editorialista più palestrato;

3) lo spirito di quegli anni. E questa è complicata.

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Umberto racconta il suo “Salice”

Ogni tanto capita di trovarsi con amici di vecchia data e gingillarsi col discorso del “noi che eravamo“: “pensa che bello trovarsi, ‘noi che eravamo’, e passare un paio di ore/giorni/settimane insieme”.

Di solito il tutto è finalizzato ad avere molte più armi seduttive per convincere ciascuno la propria Elisa; io invece un giorno mi sono messo a rifletterci sul serio.

Sull’argomento-nostalgia gente molto più qualificata di me ha rovesciato betoniere di inchiostro, qualcuno di questi ha vinto pure un Nobel alla letteratura, quindi la faccio breve: non sarebbe affatto impossibile ricreare tutto artificiosamente, si potrebbe!

Il problema è che sarebbe inutile, dato che mancherebbe l’elemento fondamentale: l’ingenuità dei nostri sedici-diciassette anni.

Intendo la goffaggine, l’inesperienza, la presunzione di poter scrivere, dire, fare un qualcosa di fondamentale.

Intendo la velleità di poter spaccare il mondo con un colpetto di mano.

Non so se chiamarlo – con una di quelle pompose definizioni da università italiana con cui negli anni abbiamo fatto i conti – “senso sociale dell’opportuno”, fatto sta che con gli anni impariamo a ridimensionarci.

Quei giorni, quelle riunioni, quei pezzi a volte zoppicanti (e altre invece piuttosto azzeccati, tra noi possiamo anche confidarcelo) erano una finestrella di infinito che si apriva nell’abitudine della nostra vita da liceali, bidimensionale, compressa tra un compito a casa e un’interrogazione preoccupante.

E grazie a quella finestrella di infinito ci sentivamo grandi.

Qui sotto le foto del convegno by don Cip.

Qui si può leggere il resoconto della giornata di Francesco Maccarone.

 

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Il teatro di Valsalice si è riempito di genitori, allievi, exallievi e amici del giornale

 

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Il servizio di accoglienza a cura dei redattori più giovani, coordinati dalla prof.ssa Cara

 

dsc_7960Marco Bardazzi e Michele Brambilla sono rispettivamente digital editor e vicedirettore de “La Stampa”

 

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Vittorio al tavolo dei relatori con Bardazzi

 

dsc_7953Elena e Francesco in regia

 

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Giornalisti in erba e professionisti a confronto: Martina e Vittorio insieme a Bardazzi e Brambilla

 

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Alla fine Paolo Accossato e Lucia Caretti hanno ringraziato i ragazzi per il lavoro svolto

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