• sabato , 31 Ottobre 2020

The repairman: da Valsalice al cinema

PAOLO

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Paolo Mitton, ex allievo di Valsalice, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni intraprende un viaggio che lo porta verso altre mete. Vive in Belgio, Francia e Spagna, poi si trasferisce in Inghilterra, dove lavora alla post-produzione di film quali Harry Potter, Troy e La fabbrica di cioccolato. Ritornato in Italia, debutta alla regia di un lungometraggio con The repairman, presentato al Torino Film Festival, al Raindance Film Festival di Londra e allo Shanghai International Film Festival e vincitore del premio Award of exellence all’ Indie Fest Film Awards in California.

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Fabio Marchisio, anch’egli ex allievo di Valsalice, conclusi gli studi di architettura presso l’ Università di Torino, decide di dare una svolta alla propria vita diplomandosi alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino. Intraprende significative esperienze in TV e nel cinema, mettendo anche in scena alcuni testi come drammaturgo e regista teatrale, fino a interpretare il ruolo Gianni in The repairman.

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I due reduci del Liceo Scientifico, nonché ex compagni di classe, ritornano dopo più di vent’anni tra le mura di Valsalice per raccontarci del loro film, che il 26 febbraio uscirà nelle sale cinematografiche italiane. The repairman è la storia di un ingegnere mancato che nella vita ripara macchine da caffè mentre assiste allo scorrere travolgente del mondo che lo circonda. Gli amici non perdono occasione di criticarlo, l’unico parente che ha vicino lo incoraggia insistentemente a valorizzare le sue doti. L’unica che pare capirlo è Helena, giovane esperta di risorse umane trasferitasi dall’ Inghilterra in Italia. Ma vediamo cosa dicono registra e co-produttore della loro stessa opera.

Paolo, come nasce questa storia e qual è l’idea che volevi raccontare in questo film?

E’ una storia che nasce da dentro. Pur non essendo un film autobiografico, l’animo del protagonista è molto simile al mio e a quello del mio coautore, Francesco Scarrone: noi ci trovavamo in una stanza a scrivere e nel momento stesso in cui scrivevamo, stavamo creando un personaggio. Il mondo fuori andava avanti, la gente andava a lavorare e sembrava che ci guardasse con occhi straniti, mentre noi eravamo chiusi in quella stanza. Da qui nasce il protagonista, personaggio un po’ tagliato fuori. Addirittura i suoi stessi amici non perdono occasione di metterlo in imbarazzo per via del suo lavoro. Scanio fa infatti il riparatore di macchine da caffè, mentre gli amici si stanno creando una famiglia, una carriera, una posizione nella società. Una vita come quella di Scanio, come la mia nel periodo in cui stavo scrivendo la sceneggiatura, viene vista come strana. La domanda che vuole invece porre il film è se sia strano Scanio o se potrebbero esserlo tutti quelli che lo circondano.

Paolo, oramai non si ripara più niente. Il personaggio del riparatore è quindi fuori dal tempo, fuori dal mondo.

Sì, oggigiorno si tende a buttare via qualsiasi cosa. Ma Scanio non si limita a riparare. Ha in sè un’anima creativa, che lo porta a partire dalle riparazioni per arrivare alle creazioni.

Fabio, tu invece ti ritrovi all’interno di questo percorso a fare il personaggio perfettamente integrato nel sistema. E’ stato facile immedesimarsi nel ruolo di Gianni? Raccontaci qualcosa del tuo personaggio.

E’ stato facile solo perchè mi sono divertito. La facilità è difficile da delineare: in quanto attore, cerco di imitare personaggi spesso diversi da ciò che io sono, di aderire a quello che è il copione. In realtà il personaggio è molto distante da me: io non sono per niente preciso. Sono una persona molto più simile al protagonista del film. Tant’è che quando ho letto la prima sceneggiatura scritta da Paolo, ho pensato che avesse deciso di fare un film sulla mia vita. In realtà ho poi scoperto che un po’ tutti quelli che conosco sono Scanio. Penso che sia un personaggio universale, in cui ognuno può ritrovare delle proprie caratteristiche umane. Il mio è un personaggio più borghese, più inserito nel sistema, più giudicante e probabilmente giudicato dal sistema stesso. Cerca quindi stare dentro tutti i ritmi che la società impone: le superiori, l’università, la famiglia, i figli. E in questo si trova anche bene ed è affezionato all’amico Scanio. Vorrebbe che anche lui fosse felice. Il problema è che ognuno trova la felicità a modo suo. Per Scanio la felicità è andare in maniera “slow”.

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Fabio, come hai ottenuto il ruolo di Gianni?

Innanzitutto ci tengo a precisare che nonostante conosca Paolo da ormai trent’anni, ho dovuto fare due provini. E l’ho convinto solo per i baffi. Ho infatti fatto un provino senza baffi e poi mi sono detto che il mio personaggio avrebbe dovuto avere anche i baffi, caratteristica estetica che lo rendeva più precisino. Così ho aggiunto qualcosa di mio nella ricerca del personaggio.

Paolo, come prima ha affermato Fabio, Scanio è presente un po’ in ciascuno di noi. Tu hai fatto un percorso ingegneristico per arrivare ad un ambito molto creativo, quello della regia cinematografica. Qual è stata la tua ricetta e qual è quella di Scanio per passare alla creatività?

Scanio parte da dei pezzi di ricambio, quindi qualcosa di molto freddo, per creare invece degli oggetti che ancora non esistono. Allo stesso modo io ho provato a passare dalla mia formazione scientifica qui a Valsalice e sicuramente molto più tecnica al Politecnico, al mondo della sceneggiatura e della regia. Per creare un ponte tra questi due mondi, ho iniziato a lavorare nell’ambito degli effetti speciali a Londra. E questo mi ha aiutato almeno ad arricchire il mio curriculum di qualche titolo cinematografico.

Paolo, qual è stata la scintilla che ha determinato questo cambio di direzione? Cosa ti ha insomma fatto passare da due mondi così differenti?

Alla base di tutto c’è un’irrequietezza dell’ anima, una voglia continua di cambiare. Tant’è che se dovessi fare un nuovo film, probabilmente, cambierei genere. La matematica è però stata e continua ad essere parte fondamentale della mia vita. E’ la sua applicazione al mondo del lavoro che mi ha deluso. Allora mi sono reso conto, mentre lavoravo a Parigi, di aver bisogno di qualcosa di più stimolante e sono quindi passato al mondo del cinema.

Voi siete passati dai banchi di Valsalice. Nel lavoro che fate adesso, cosa vi è rimasto di questa vostra esperienza qui?

A rispondere per primo è Fabio, che dice: “Forse la condivisione, cioè il fatto di dover lavorare per il progetto, per il gruppo, non per l’esaltazione di se stessi, del proprio ego. Il gruppo è forte quando esalta i singoli e per fare ciò la condivisione, l’unità sono fondamentali. Noi stiamo arrivando ad uscire nelle sale cinematografiche grazie alla collaborazione per un obiettivo comune. Un’altra cosa che Valsalice mi ha insegnato e tuttora mi porto dentro è il continuare a cercare una propria direzione, che non deve essere quella del mio personaggio, destinato a rimanere per tutta la vita ingegnere di provincia.”

Mentre Paolo afferma: “A distanza di 23 anni uno fa fatica a ricordare i benefici delle singole materie. Sicuramente, però, il ricordo più forte è che Valsalice mi ha formato come persona.  E oggi, tornandoci dopo tanto tempo per questa occasione, pensavo proprio che il protagonista del film incarna ciò che di più importante mi ha insegnato Valsalice. Scanio ha infatti la caratteristica principale di pensare con la propia testa, di non lasciarsi influenzare dal sistema. E ricordo una parola che don Pederzani, mio insegnante durante gli anni del liceo, citava spessissimo: paradosso. Lui insieme a don Bellone, altro professore storico, ci hanno spinto a fare le cose diverse dalla massa.”

Voi non siete distribuiti da una grande casa distributiva. Quindi è possibile che che per raggiungere il vostro sogno in un mercato che spesso ha altri scopi abbiate dovuto lottare. E anche Scanio stesso sta compiendo una lotta contro le contraddizioni della società. Mettendo insieme tutto questo, qual è un segreto da offrire ai giovani?

Paolo dice: “La cosa fondamentale è capire che le cose non si muovono mai da sole e che avere un sogno è sempre più difficle nel mondo. C’è sempre più competizione. Il segreto è non stare seduti, chiusi in casa a pensare a come realizzare il proprio sogno. Bisogna fare qualcosa, un primo passo. Per esempio io sono ritornato in Italia da Londra per fare questo film e per la prima volta in vita mia avevo fretta di farlo. Ho così iniziato a cercare un co-produttore per realizzarlo maniera più professionale. Non trovandolo, mi son detto che avrei fatto il film con quello che avevo. E ho iniziato così. Nel momento in cui le cose hanno iniziato a muoversi, è arrivato anche un produttore che ha deciso di cooperare.”

Fabio aggiunge: “Un altro segreto è non aver paura di sognare in grande. Inviterei tutti a sognare delle cose quasi irrealizzabili, perchè mettendosi poi in relazione con gli altri, non stando fermi con le mani in mano, si può arrivare a raggiungere qualsiasi obbiettivo.”

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Paolo, come si arriva ad essere distribuiti?

Quando si porta a termine il montaggio, inizia una nuova avventura ugualmente complicata. Noi abbiamo iniziato a mandare il film a dei festival e fare in modo che qualcuno lo vedesse. Di solito l’interesse del distributore lo si trova dai festival e così è stato nel nostro caso: dopo il Festival di Torino del novembre 2013, Cineama ci ha contattato. Non è stato però così semplice: prima di arrivare a Cineama, abbiamo infatti provato vari canali e la vera difficoltà sta nel fatto che nessuno dice mai di no.

Paolo, Torino, nonostante tutte le difficoltà, non è la più brutta delle piazze dove iniziare con il cinema. Tu che hai lavorato anche a Londra, quale preferisci? 

A Londra ci sono sicuramente più opportunità, ma anche molta più concorrenza. Aumenta di 100000 abitanti l’anno e sono tutte persone che arrivano con il coltello fra i denti. Io sono venuto a Torino per girare il film ed è stato tutto molto più facile: per quanto riguarda per esempio le locations, nei paesi della provincia di Cuneo fanno a lotta per averti in casa. A Londra questa disponibilità totale non sarebbe stata possibile sia per questione di abitudini sia per i ritmi con cui le persone vivono.

Quindi se qualcuno avesse la possibilità di fare gli studi o lavorare all’ estero cosa gli consiglieresti?

Per me dovrebbe essere obbligatorio e se dovessi consigliare un paese, direi di andare in Spagna perché tra tutti quelli in cui sono vissuto è quello che più mi ha aperto alla serenità, al vivere senza farsi troppe domande.

Paolo, in conclusione, quanto dura il film? Quanto ci avete messo a fare le riprese e quanto c’è di tagliato?

Il film dura 85 minuti di girato e ci abbiamo messo 5 settimane di 6 giorni l’una. Ogni giorno sono otto/nove ore di riprese per arrivare a circa 3 minuti di montato. Di tagliato c’è circa un quarto d’ora.

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Per vedere il trailer del film clicca qui.

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