• lunedì , 19 Ottobre 2020

Qualcosa di più

Dita che corrono veloci su un telaio. Piccole zappe impugnate sotto il sole. Armi imbracciate con impacciato orgoglio. Piccoli veli da sposa riposti in un angolo. Il suono di un colpo: Tum.

E di un altro ancora: Tum Tum.

Il suono del malcelato silenzio che esige di essere ascoltato.

È il battito del cuore di un bambino. Di quel bambino che con i suoi occhi da adulto ci sfida. Ci guarda dall’alto della sua indefinibile età e ci accusa. Perché le ferite che nasconde sotto la dura scorza del suo cuore non si sono rimarginate, né lo faranno mai.

Perché la sua infanzia gli è stata sottratta a forza. Strappata. Fatta a brandelli. E l’innocenza dei suoi dolci anni ha lasciato posto ad una dura consapevolezza che nessuno potrà mai scalfire: “A me la vita è male”.

Nessuna presunzione filosofica, solo esperienza. Quella quotidianità che si fa beffe del suo essere “piccolo” costringendolo a diventare grande.

E la storia non è cambiata. Il giovane caruso dai capelli color carota, abilmente descritto da Verga, è lo scuro marocchino che sulla spiaggia ci vende la bigiotteria. Il ladro Oliver Twist si insinua nei vicoli e nelle tasche degli sciagurati passanti con la stessa velocità di quelle ditina che dall’altro capo del mondo tessono e cuciono i nostri vestiti griffati.

Gli occhi socchiusi di quello che era il novello minatore del ‘700 e del ‘800, sono gli stessi di quella bambina su cui scorre perversa la bocca del suo adulto marito.

Le mani callose si “presunti” contadini con le voci arrochite dalla stanchezza sono quelle stesse mani che solo l’altro ieri hanno decapitato il “fantoccio” in carne e ossa dai vestiti arancioni.

E tutto questo accade nella nostra piena consapevolezza. Il problema ci terrorizza, ci fa emozionare, ma, ammettiamolo, non ci tocca per niente. Non scalfisce il nostro quotidiano nel ripetersi rutilante del nostro oggi. Perché siamo i primi a comprare le scarpe della Nike e a prendere in giro i piccoli “maruja” e a permettere ai nostri figli di fare lo stesso.

E quello che succede lontano non capita da noi.

O forse sì, ma non se ne parla. Forse non ci sono fabbriche intere che sfruttano il lavoro minorile, ma se facessimo più attenzione noteremmo che sono tantissimi gli stranieri che sbarcano sulle nostre coste. Che arrancano per fare piccoli lavori in nero dall’alto del loro mezzo metro di altezza. Che raccolgono per giorni e notti i frutti delle coltivazioni. E che poi, tra gli sbadigli assonnati, balbettano i rudimentali fondamenti di una grammatica mai loro.

Nei loro confronti e per la loro cura si prodiga la nostra legislazione e l’articolo 37 ne è una chiara conferma. Legalmente dunque c’è una protezione, ma bisognerebbe vedere quanto realmente questa sia effettivamente garantita a tutti. Anche agli ultimi.

Un presupposto, però, esiste, contrariamente ad altri paesi (ben 12 secondo le stime dell’Unicef) dove i bambini sono utilizzati in ambiti bellici come sentinelle, cuochi e vedette come ricorda G.Marinetti nel suo articolo a proposito dei bambini-soldato, su La Repubblica il 5/2/2007. Oppure dove non possono più giocare.

Dove sono violati i diritta della loro infanzia. Dove non possono più guardare le stelle. Non in quello stesso cielo da cui precipitano solo più comete di missili ardenti che distruggono tutto ciò che fino ad adesso hanno chiamato “casa”.

E basta osservare i loro disegni. Non più pony, principesse e cavalieri, ma scure bombe e una ciminiera da cui esce fumo nero. Nero come la stanza dalla luce soffusa in cui passano le ore. Lavorando.

Sono bambini soli, abbandonati, forse l’unico sostegno per la loro famiglia. E talvolta non possono che accettare il loro destino.

Ed era sola, forse in lacrime, anche quella bambina che dai Boko Haram si è fatta saltare in aria.

Piccola bomba umana. E allo stesso tempo abbandonata da tutti. Da tutti coloro che chiamava “amici” con fanciulla ingenuità.

E senza andare troppo lontano, sono numerosi i casi in cui, anche da noi, i neonati vengono lasciati lì; in un cassonetto, all’angolo della strada.

Soli.

Fortunatamente da pochi anni, allo stesso modo del ‘800, è stata ricostruita una nuova ruota pronta ad accogliere quei bambini che non si possono tenere, o ancora peggio, non si vogliono tenere.

E solo un anno fa, il marchingegno si è azionata. Accogliendo un neonato, nella garanzia di potergli assicurare una famiglia, qualcun altro da chiamare “padre” e “madre”.

Un piccolo oceano di speranza che dilaga tra le vicissitudini di uno sfruttamento che, nonostante tutto, non è ancora diventato passato. E questa testimonianza non può far altro che farci capire che è nostra responsabilità garantire, nella nostra quotidianità, un sorriso, un abbraccio a quei bambini, mine vaganti di sentimenti, che troviamo sulla nostra strada.

Interessandoci a loro. Superando con dolcezza quelle barriere che hanno eretto attorno al loro cuore. Per offrire loro affetto.

Sicuramente no sarà il nostro limitato contributo a salvare quel dodicenne straniero che lavora in condizioni pietose. Ma una mentalità dilagante potrà (si spera) prima o poi dare i suoi frutti.

E quel nostro piccolo passo avanti sarà grande per quel visetto stanco che arranca davanti a noi.

Con la speranza di commuoverci veramente e agire di fronte a quel bambino che con voce lieve sussurra: “Posso avere qualcosa di più?” (Oliver Twist, Dickens)

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