• giovedì , 26 Novembre 2020

L'arcobaleno sotto gli occhi di 26 milioni di persone

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Difficile non notare la variopinta ondata di arcobaleni che ha recentemente invaso Facebook. A sostegno della decisione della Corte Suprema di legalizzare i matrimoni gay in tutti gli Stati Uniti, sul social più popolare del web in moltissimi hanno rielaborato la propria foto profilo utilizzando il filtro arcobaleno. Qualche ora è stata sufficiente a far aderire più di 1 milione di utenti al “Celebrate Pride”.

L’iniziativa, lanciata venerdì, ha raggiunto in brevissimo tempo ben 26 milioni di consensi. 26 milioni di utenti hanno aderito dunque allo slancio di entusiasmo e supporto verso il riconoscimento degli uguali diritti per tutti. Ma nell’impeto più o meno autentico di mobilitazione non è mancato qualche scettico fermatosi a domandarsi se non possa essersi trattato anche questa volta di un qualche esperimento socio-informatico.

I dubbi diventano più concreti se si tiene conto del fatto che l’iniziativa è stata sviluppata dagli ingegneri dello stesso social network. Non è certo uno scoop che Mark Zuckerberg e soci utilizzino la piattaforma per mettere in atto esperimenti di carattere sociologico piuttosto che psicologico. Gli utenti di Facebook dovrebbero essere ormai abituati a prestarsi come cavie da laboratorio. E per averne le prove non bisogna nemmeno risalire troppo lontano nel tempo.

Esattamente un anno fa uscivano i risultati di una ricerca condotta su quasi 700.000 utenti, ricerca che suscitò un certo scalpore nell’opinione mondiale. Il suo scopo consisteva nell’indagare le emozioni degli utenti e il modo in cui esse si trasmettono. Gli abili scienziati di Facebook manipolarono dunque per una settimana l’algoritmo che determina cosa viene mostrato nella bacheca delle persone. L’esperimento consisteva nel nascondere volutamente parole o immagini legate a stati d’animo negativi o positivi per cogliere l’influenzabilità delle emozioni umane a seconda del contesto.

Le persone infatti a cui vennero limitati i contenuti positivi, iniziarono a postare meno parole positive e più frasi pessimistiche. Così come alla riduzione della negatività corrispose un’ aumento delle espressioni positive. «Gli stati emotivi si possono trasmettere per un fenomeno di contagio, inducendo altre persone a provare le stesse emozioni senza che ne siano coscienti». Così gli autori conclusero l’ esperimento apparso come terrificante agli occhi dei più.

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Gli esempi sono ancora numerosi. Uno di questi riguarda le elezioni americane del 2010. Il test venne esteso a ben 61 milioni di potenziali elettori americani. In cima a buona parte delle loro bacheche venne posto il pulsante “I Voted” seguito dall’elenco dei contatti che avevano già premuto il pulsante. Ad un altro gruppo di utenti il pulsante non venne invece mostrato. Lo studio, a elezioni avvenute, calcolò che coloro che avevano nel news feed il bottone erano lo 0,39% più inclini a recarsi alle urne. Cioè almeno 300.000 persone hanno votato perché influenzati dai propri contatti Facebook.

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Al parco, sul divano o in pullman è innegabile che i social network siano diventati i nuovi migliori amici dell’uomo. Quell’impressione di una passeggiata per un’assolata strada virtuale, dove si è qualificati a spiare nel dettaglio la vita di centinaia (nel caso più infelice) o migliaia di contatti, dà un certo senso di onnipotenza.

A questo privilegio si aggiunge poi la licenza di poter talvolta sbandierare ai quattro venti il proprio stato d’animo, raccogliendo qualche “like” di certo non deleterio per il proprio orgoglio. L’entusiasmo sfuma se si prende però in considerazione l’altro lato della medaglia. Se si lascia insinuare il dubbio che ad essere osservati alla lente d’ingrandimento siano proprio gli influenzabili, plasmabili utenti. Ora, si può considerare l’ultima “tendenza” un esperimento volto a cogliere secondo quali meccanismi si inneschino i fenomeni virali oppure un atto completamente disinteressato.

Può essere considerata l’ennesima superficiale presa di posizione o la manifestazione dell’ignoranza di buona parte del web (non sono certo mancati coloro che, imitati gli amici nel modificare la foto profilo e appresone lo scopo, sono il più silenziosamente possibile ritornati al loro posto). Le interpretazioni sono personali. Che si voglia credere o meno che il tutto sia partito da una gara di programmazione interna piaciuta talmente tanto da essere diffusa al pubblico, la sostanza delle cose non cambia. E’ difficile che Facebook possa resistere a posteriori alla tentazione di analizzare i dati prodotti. Si discute spesso su cosa serva la rete, se sia un bene o un male. Il punto non è però questo. Siccome esiste, tanto vale accettarla e sfruttarla. Lentamente questa consapevolezza si sta diffondendo, ma non mancano ancora coloro che, credendo di esercitare una forma di libero arbitrio, si rendono facili prede di chi potrebbe volerli manipolare in un domani non troppo lontano. Avendo accesso ad uno strumento così potente, il rischio è quello di illudersi di sapere cose che in realtà non si sanno.

 

Allora, ecco il link dell’articolo

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