• martedì , 1 Dicembre 2020

L'ora di lezione

Entra a passo spedito Massimo Recalcati nella grande sala del Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Tutta la sala applaude l’ingresso dello psicoanalista milanese il quale, presentato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti Alberto Sinigaglia, esordisce affrontando la “perdita dell’autorità simbolica della parola del padre”. E’ il punto di avvio dell’incontro “La famiglia e la scuola: i nodi cruciali della nostra società”.

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L’assunto iniziale è chiaro: al giorno d’oggi i ragazzi non portano più il rispetto dovuto alla figura del padre o dell’insegnante. “Il nostro tempo è causato dall’evaporazione del padre” disse Lacan nel 1968, ovvero ciò che ha organizzato la vita della famiglia per millenni in Occidente sta scomparendo e svaniscono anche ideali ed valori, causando un senso di smarrimento e disorientamento nelle masse. Due film bene palesano questa perdita: “Habemus Papam” di Nanni Moretti “Le 120 giornate di Salò” di Pierpaolo Pasolini. Il primo dimostra l’inversione generazionale in corso, quando il Pontefice perde la voce e lascia vuoto il balcone di San Pietro piangendo come un bambino: il Papa che non c’è è simbolo della mancanza di paternità. Il secondo, la caduta degli ideali comuni: con la fine del Novecento si perdono i riferimenti del cristianesimo e comunismo e non resta dunque altro che un godimento anarchico.

Siamo dunque in un’epoca di “Narcinismo”, un neologismo che indica il culto dell’io unito al cinismo. Siamo individualisti. Idolatriamo non più l’ideale ma l’oggetto come immagine del proprio corpo. Cosa rimane dunque al posto della figura e dell’autorità paterna? L’oggetto come idolo: prediligiamo l’oggetto all’amore. In questo modo tutto è ancora più facile: sono io l’unico a decidere. E così nascono la bulimia, l’anoressia o l’alcolismo che sono nient’altro che la trasformazione di un oggetto nell’unica fonte di piacere, il tutto finalizzato a coprire la reale mancanza di felicità.

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Il sapere stesso, ridotto a semplice informazione, è diventato un oggetto perché ridotto a pura informazione: è dunque un “sapere morto”. Il vero insegnante ha l’obiettivo di ispirare il desiderio di studiare nell’allievo, di guadagnarsi il silenzio (non di pretenderlo), di testimoniare il piacere della conoscenza. Attraverso la parola che deve assurgere ad un valore altissimo tale da generare il rispetto. L’insegnante deve dunque saper testimoniare attraverso la fiducia che acquisisce dall’allievo che esiste un godimento più potente di quello effimero del quotidiano. Il docente fa dunque una promessa che è quella anche del genitore: se ti stacchi dall’oggetto a cui sei attaccato e mi ascolti, puoi incontrare un godimento più ricco e più grande di quello in cui sei immerso. Il libro che si studia si trasforma così in un corpo erotico: si entra così in una relazione in cui chi spiega trasforma l’allievo da recipiente  ad amante.

Massimo Recalcati

Bisogna, è chiaro, avere la chance di incontrare un maestro, colui che accende questo desiderio. Gli allievi, quando sentono ciò, si svegliano da quel torpore che spesso li caratterizza in classe e si svegliano: il miracolo della lezione è innescare il desiderio di sapere ma questo può accadere solo se chi insegna parte dal proprio desiderio. Il professore deve essere un testimone del desiderio: il vero maestro non riempie una testa ma opera in essa dei fori in modo che la bellezza possa entrare.

Ugualmente anche il padre testimonia e lo fa non attraverso il libro ma la propria vita: il padre non è più colui he ha l’ultima parola, il pater familias che tutto può, non riesce a spiegare la vita ma deve mostrare attraverso la propria esistenza che la vita può avere un senso. Così il padre ed i maestri innescano il desiderio che va ben oltre il godimento.

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I migliori genitori sono quelli che pensano di essere i peggiori. Il dono più grande di un genitore è lasciare assoluta libertà al figlio. Il figlio è bene che diventi quello che è, non quello che deve essere agli occhi dei genitori. I nostri figli non hanno infatti bisogno della presenza dei genitori, hanno bisogno di sentire il desiderio dei genitori. Ciascuno ha il suo modo, la sua misura, ma c’è un punto chiave che va molto al di là della normalità o correttezza pratica: questi figli sono per noi figli unici? Li desideriamo? Se un figlio non è un figlio unico per la propria madre e padre, lo rende più esposto alla rudezza della vita, a cadute di depressioni. I genitori dunque devono considerare il figlio unico ed insostituibile.

Clicca qui per leggere il commento di Tiziana Turea all’intervento di Massimo Recalcati

Clicca qui per leggere l’approfondimento di Margherita Penna

Clicca qui per leggere l’approfondimento di Rebecca Faioni

 

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