• lunedì , 26 Ottobre 2020

Aria fresca e cruda: l'Usuraio.

Quando si dice avere un lampo di genio. E’ quello che è successo a Kenta Crisà, giovane creativo ed appassionato regista, quando sul tram gli venne in mente l’idea del suo personale Usuraio, che poi si sarebbe tradotto su pellicola. Sono le sue parole al pubblico il giorno della prima del cortometraggio, nella sala conferenze del Valdocco, a fianco del produttore, Stefano Demarie, e del protagonista, il professore Luca Lojacono.

Il cortometraggio narra le vicende di un usuraio – dottore – “buon samaritano” che sotto cospicui pagamenti attua dei trapianti a chi si reca da lui, in cerca di aiuto. Questo mestiere lo porta a compiere azioni spietatissime, che non hanno nulla da invidiare a quelle di Daniel Craig in “Spectre”. Fino a quando non incontra una ragazza bisognosa di trapianto.

Calmo, misurato ma anche impulsivo e violento: così si presenta il professore di Valsalice Lojacono, sotto le spoglie del freddo e distaccato usuraio. Egli dà infatti un’ottima interpretazione del personaggio e riesce, attraverso il tono di voce e gli sguardi a dar vita ad una particolare sfaccettatura psicologica, che viene molto apprezzata dagli spettatori. E alla sera della prima scrosciano gli applausi.

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L’attenzione dei presenti viene anche facilmente catturata da un’attrice, una ragazza giovane, bionda e di sguardo verde intenso, eccezione nella regolare semplicità e amatorialità del resto dei recitanti. La ragazza, artefice del cambiamento del personaggio protagonista, sul finale del film lascia il segno grazie ad un’intensità di sguardi che “buca lo schermo”.

Passando alla ripresa e alla fotografia, niente si può rimproverare a questo giovane team di appassionati. Infatti, è importante notare che la produzione è stata fatta completamente senza finanziamenti esterni. Nessun miracolo tecnologico, nessun set costoso ma solo tanta passione. Nonostante ciò, grazie alla serietà del progetto e soprattutto grazie all’occhio attento dell’addetto alle riprese ed alla fotografia, la troupe è riuscita a trasmettere la suspense ed il pathos. Dietro ad ogni girato, dietro ad ogni inquadratura, dietro ad ogni scorcio di Torino.

Non da meno è sicuramente l’aspetto musicale. Dal “furor” del ciak all’interno della fabbrica alla calma quasi snervante dell’ultima scena. L’Usuraio sin propone dunque come film diverso ed innovativo,  lontano dalle produzioni (anche quelle minori) che puntano più alla commedia o alla facile lacrima. Il cortometraggio si presenta, dunque, come una ventata di aria fresca, in un panorama oramai stagnante, o quasi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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