• domenica , 25 Ottobre 2020

Lo startupper in tonaca

Le vie del Signore sono infinite. A volte anche impreviste ed imprevedibili. Don Danilo Magni pensava di studiare Teologia, non Economia e desiderava una vita pastorale, non da manager. Immaginava di diventare un pedagogo, non un commercialista. Ma, quale insigne figlio del Lliceo Classico, ha saputo reinventarsi. Trasformarsi in uno startupper con la tonaca. Non si limita a distribuire pillole di saggezza estrapolate dalla Bibbia ai fedeli, ma cerca in ogni modo di aiutare i giovani svantaggiati a raggiungere una stabilità economica ed a superare i propri deficit, di qualunque natura questi siano.

Un prete cioè che, sulla strada illuminata dalla Divina Provvidenza, cerca di protrarre la via intrapresa durante la Rivoluzione Industriale da Don Bosco e San Leonardo Murialdo nel nuovo millennio. Pragmatismo. Altruismo. Impegno sociale. Una vita sacerdotale scandita da queste tre semplici formule. Eppure così difficili da applicare alla realtà.

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Ecco come risponde lo stesso don Danilo alle domande che gli abbiamo posto.

Qual è stato il momento in cui hai sentito la vocazione al sacerdozio?

Non ho proprio un momento preciso a cui ricollegare il mio desiderio di diventare prete, è stato più un lento percorso interiore che mi ha portato a prendere coscienza di questa mia volontà. Ha avuto tutto inizio quando avevo circa 16-17 anni. In quel periodo partecipavo spesso ad attività di volontariato nel catechismo e nell’animazione. Era una cosa in cui riuscivo e mi piaceva. Rileggendo poi in momenti di raccoglimento e preghiera quanto vivevo, i segni che si manifestavano dentro di me, mi sono sentito come portato ad approfondire la possibilità di dedicare tutta la mia vita all’educazione.

A 18 anni ho provato a fare un periodo di prova presso i Giuseppini del Murialdo, Opera che avevo già avuto modo di conoscere, e in seguito, verso i 19 anni, sono andato in noviziato. Qui ho approfondito, attraverso lo studio e la vocazione che si operava in me giorno dopo giorno, la mia fede. Sicuramente la mia intenzione era quella di dedicare la mia vita ai ragazzi svantaggiati: anche negli anni a Viterbo, dove ho vissuto il mio noviziato, ho trascorso molto tempo in oratorio e per strada, coi ragazzi. Insomma ho avuto sempre questa sensibilità per i giovani in difficoltà, più lontani dalla Chiesa. La mia intenzione era dunque di dedicarmi a questo, anche gli studi sono stati fin da subito improntati alla pedagogia, alla pastorale, alla teologia.

Quando invece hai sentito la “vocazione economica”?

E’ stato un evento voluto dalla Provvidenza. Ho infatti avuto modo di notare confratelli dei Giuseppini del Murialdo che si dedicavano completamente a problemi economici, come il far quadrare i conti all’atto pratico. Per me invece è sempre stata un elemento accessorio. Ciò che ha cambiato le cose è stata la crisi: il lavoro, che ha iniziato a latitare dal 2008 e continua tuttora a svanire, mi ha permesso di vedere come molti dei ragazzi che accompagnavamo nei corsi di formazione al lavoro ed all’autonomia, una volta usciti non trovavano alcuno sbocco lavorativo.

Il rischio è quindi quello di non risolvere mai la situazione di svantaggio. Queste persone infatti, dopo aver appreso gli strumenti per essere autonomi, per poter condurre una vita dignitosa, aiutati sul piano relazionale, interiore e formativo, non avevano modo di riscattarsi e ripartire. La crisi ci ha mostrato una trasformazione sociale in atto e noi abbiamo dovuto affrontare quello che stava avvenendo con nuovi strumenti.

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Da dove ha avuto inizio il tuo operato? Da dove è nata l’idea di impresa sociale?

L’impresa sociale è ciò che abbiamo trovato per unire i valori cristiani con il mondo dell’impresa, con il mondo della concorrenza, con il progetto di realizzare dei prodotti o dei servizi. E’ normatq dalla legge italiana da questa primavera con la riforma del terzo settore e ha la particolarità di non poter dividere gli utili che devono invece essere reinvestiti al 100%. Quindi l’impresa reinveste continuamente il plus ultra in se stessa diventando più forte, avendo bisogno di nuovi lavoratori.

Queste imprese sociali, come il gruppo Spes, DinamoCoop, in particolare Socialfare, sono nate dal desiderio di generare un impatto sociale più notevole. All’inizio abbiamo fatto tentativi, compiuto errori ed abbiamo incrociato, per volere della Provvidenza, un imprenditore che aveva deciso di chiudere una delle sue aziende per motivi economici e di personale. Siamo riusciti a rilevare il suo magazzino ed i locali con gli strumenti ed una parte del personale, ed abbiamo avuto l’idea di affrontare la crisi in atto, che imponeva nuove esigenze professionali come poter dimostrare almeno due anni di esperienza sul proprio Curriculum Vitae, per questo  facciamo lavorare alcuni ragazzi e nello stesso tempo diamo la possibilità ad altri ragazzi di fare esperienza, in modo tale che poi abbiano modo di trovare un altro lavoro.

Questa esperienza provvidenziale ci ha portato ad intuire che questa potesse essere una nuova strada. La mancanza di lavoro a livello globale è la più grande povertà di quest’epoca. Una società priva di dignità. Una società nella quale una persona non è libera di manifestare i propri talenti e le proprie capacità. Questa che viviamo non è solo una povertà materiale, ma rischia di annientare la persona in quanto tale. Papa Francesco ha più volte ribadito questo concetto. Quando incontro i poveri, che sono il motivo per cui ho scelto questa strada, vedo un mondo in cambiamento e la possibilità di fare qualcosa in controtendenza, provo una nuova esperienza che funziona, per questo abbiamo deciso di creare altre esperienze analoghe.

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Cos’è socialfare?

Socialfare è stato ideato come motore che faccia da moltiplicatore per altri progetti, anche non dei Giuseppini del Murialdo. Socialfare nasce come impresa sociale srl e ha come missione quella di produrre la nascita di altre imprese sociali. Pertanto le persone che ci lavorano hanno delle competenze specifiche per supportare i giovani che hanno un’idea di start-up, verificando che sia possibile realizzarla e immetterla nel mercato.

Quando si è stabilito che l’idea è buona, allora si viene accompagnati con una serie di strumenti di varia natura, formativa, finanziaria, giuridica, per realizzare l’impresa fin quando questa non avrà raggiunto uno stato di stabilità economica ed ottenuto i requisiti dell’impresa sociale: chi ha avuto l’idea ha il suo stipendio, ma gli utili devono essere sempre e comunque reinvestiti.

Le start-up sono nate da un bisogno, dal tentativo di rispondere ad un bisogno. Quindi per generare un cambiamento più ampio anche per tutti i giovani del territorio che non conoscono i Giuseppini del Murialdo è nato social fare. Dal punto di vista culturale, ci siamo ispirati ad un modello di social-innovation che è stato sperimentato a livello internazionale, come in Belgio, Portogallo, Londra e Toronto, e nel rapportarsi con queste esperienze che erano già nate prima di noi, abbiamo notato che esistevano dei modelli che funzionavano e che noi abbiamo quindi importato e adattato alla società italiana.

Idee e progetti per l’avvenire?

Per quanto riguarda il disegno di cui socialfare fa parte, il nostro obiettivo futuro è quello di far maturare un acceleratore di conoscenze e di imprenditorialità sociale che si chiama rinascimenti sociali (http://rinascimentisociali.org/homepage-2/) dove sono state aggregate altre società, come Banca Sella, con veri esperti di finanza perché anche le banche hanno bisogno di essere al passo coi tempi e le persone. Quindi abbiamo il compito di rafforzare la rete di conoscenza ed ampliarla.

Adesso stiamo inoltre allargando la visuale sempre più a livello nazionale e non solo locale. Abbiamo in mente di realizzare altre imprese al passo con l’attuale ritorno alla terra e quindi a sfondo agrario e improntate allo slow-food. Treviso, Trento e Taranto sono le nuovi basi che svilupperanno queste tematiche. Anche nel collegio degli Artigianelli, che è la nostra casa madre, stiamo cercando di creare delle imprese sociali per celebrare degnamente, portando avanti ed ampliando l’opera, i 150 anni di San Leonardo Murialdo.

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