• giovedì , 15 Aprile 2021

Un posto sicuro

Un film fatto di intensi silenzi. Di primi piani penetranti. Un film per raccontare uno dei più recenti nodi insoluti della giustizia italiana. “Un posto sicuro”. Come lo era un lavoro all’Eternit di Casale Monferrato. Come lo è diventata la purtroppo celebre cittadina piemontese in seguito agli svariati interventi di bonifica.

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“Un posto sicuro” ha indubbiamente come fulcro la denuncia della tragedia Eternit. Ma è ben più. È la storia di un difficile rapporto padre-figlio. È lo sviluppo di una delicata vicenda amorosa. Vicenda che smorza la pesante atmosfera in cui il film è calato.

A tratti dramma, a tratti documentario e inchiesta, l’esordio alla regia di Francesco Ghiaccio vuole informare l’Italia su un fatto che non è forse abbastanza conosciuto. L’essenza del messaggio ha dunque la meglio sulla generale sensazione di lentezza. I ritmi sono quelli della campagna piemontese. Le comparse, i cittadini di Casale.

E la storia di Eduardo e di Luca sintetizza l’esperienza delle migliaia di persone che hanno sofferto e continuano a farlo, tra la nostalgia dei cari persi, l’attesa di una possibile fine atroce e un’insaziabile sete di giustizia. La storia dei protagonisti è in fondo quella della comunità di Casale, fatta di ricordi, speranze, dure verità, che Francesco Ghiaccio insieme al co-sceneggiatore e co-produttore, Marco D’Amore sono riusciti a trasmettere.

E l’equilibrio tra realtà e finzione è abilmente mantenuto nel corso di tutto il film, nonostante la difficoltà dell’impresa, non trascurabile quando i tre protagonisti sono personaggi di finzione, ma tutto quello che a loro accade, le persone con cui entrano in contatto e tutto ciò che dicono sono fatti veri e realmente accaduti, frutto di testimonianze raccolte fra stessi abitanti di Casale.

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Il film vede la riconciliazione di padre e figlio, l’uno interpretato da Giorgio Colangeli, l’altro da Marco D’Amore. L’uno, Eduardo, ex operaio Eternit in pensione, l’altro, Luca, ex attore che tira avanti facendo il pagliaccio alle feste. Entrambi estremamente orgogliosi. E soli. Pieni di rancore per reciproche assenze e delusioni. Si scoprono indispensabili l’uno per l’altro di fronte all’imminente morte del padre per un mesotelioma.

E recuperano un rapporto seppellito ormai da anni, nella consapevolezza che per un’ultima volta potranno sentirsi una famiglia. Ad inserirsi nella vicenda è la giovane Raffaella, interpretata da Matilde Gioli: una ventata di positività. Una promessa per il futuro di Luca, perso in un mondo in cui non ha ancora trovato il proprio posto. L’eccellente interpretazione degli attori, magistralmente calati nei ruoli, carica di significato e drammaticità i silenzi che prendono il posto della colonna sonora.

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A coronare il tutto è la trovata del metateatro, scioglimento catartico di una vicenda difficile a raccontarsi. Palcoscenico di denuncia. Anello di congiunzione tra i sogni Luca, i rimpianti di Eduardo e la voce della giustizia. Si rivela in conclusione un film che vuole suscitare più della facile lacrima o della provvisoria compassione. È un film che incita alla giustizia. Al fare qualcosa. Anche solo conoscere.

Lo stesso Francesco Ghiaccio riconduce il suo bisogno di raccontare questa storia al rischio che essa corre di cadere nel dimenticatoio: “Io sono cresciuto a pochi chilometri da Casale Monferrato e sapevo molto poco di tutta questa vicenda.” dichiara il regista in un’intervista. Ed è stato proprio questo senso di vergogna da cittadino, afferma lo stesso, a suscitare l’esigenza di raccontare. L’invito è quello di togliere i panni dell’indifferenza e lasciare insinuare una domanda, un anelito alla giustizia e all’ umanità che risiede in ognuno.

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