• martedì , 24 Novembre 2020

Uno scrittore ai tempi di WhatsApp

Mille persone e molte più stelle venerdì sera, 20 maggio, all’oratorio Santa Giulia per Alessandro D’Avenia, che inizia parlando di “sentirsi collegati ad un’origine che ci sfugge, ma che sappiamo esistere”, perché tutti abbiamo sogni che non sappiamo come siano nati.

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Gli adolescenti sono domande. C’è un progetto per ogni ragazzo, siamo tutti degli inediti. Per questo Alessandro insegna. Per scoprire che inedito siamo. Per mettersi al servizio dei giovani, come hanno fatto con lui i sorrisi di Padre Puglisi nella difficile Palermo in cui viveva.
Non bisogna trasformare i ragazzi che entrano quattordicenni nelle superiori da eccessi di speranza quali sono a eccessi di esperienza, quali talvolta diventano alla fine del loro percorso. Non bisogna ridurre il loro desiderio. Dopo “desiderio” (dal latino “de”, che indica provenienza; e “sidera”, le stelle) e “disastro” (dal greco “dis”, “senza”; e “aster”, “stella”), D’Avenia spiega l’etimologia di “professore”: dal latino “profiteor”, “professare”. Vede nei ragazzi “il più grande spettacolo prima del Big Bang”, pagine da scrivere. Vorrebbe che non solo avessero desideri, ma sapessero di essere desiderati.

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Da sinistra a destra: Don Atanasio, Alessandro D’Avenia e Marco Bardazzi (foto di Maggio in Oratorio)

 

Alla domanda “Chi sono i tuoi padri, i tuo maestri?” lo scrittore risponde dicendo che i suoi maestri sono stati i genitori, che lo sorprendono sempre e gli danno forza, e due insegnanti. Il primo, quello di lettere, che all’ultima ora del sabato al liceo portava in classe Beethoven, quello che gli ha prestato il libro da cui è nato il desiderio di scrivere, quello che gli ha detto “Vorrei avere sedici anni per tornare alunno del mio alunno”. E poi Padre Pino Puglisi, che nei corridoi del liceo sorrideva ai suoi alunni per sfuggire agli altri professori che di quegli stessi alunni si lamentavano. L’uomo che ha sorriso anche davanti al suo assassino, che non ha rimpianto nessuna delle cinque cose che un uomo rimpiange prima di morire (leggete il suo libro “Ciò che inferno non è” e capirete!). Dice che i maestri a volte sembra che ci complichino la vita, ma cita Emily Dickinson a riguardo: “Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo chiamati ad alzarci”.

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(foto di Maggio in Oratorio)

 

Dopo la conferenza, D’Avenia si è mostrato molto disponibile nel firmare i suoi libri e rispondere alle domande di tutti i presenti, uno per uno. Per ciascuno aveva una risposta, una parola di incoraggiamento, un sorriso. Perché “sorridere a una persona significa salvarsi la vita”.

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