• domenica , 25 Ottobre 2020

Dai Maya i primi fumetti

Ester Cravero della 3 scientifico C ha partecipato a un concorso indetto dalla Scuola Normale Superiore di Pisa che prevedeva l’elaborazione di un articolo di taglio divulgativo (con un limite di 500 parole) a proposito di una recente scoperta scientifica. Sette erano le aree proposte: Archeologia e Storia Antica, Biofisica, Biologia, Chimica, Cosmologia, Fisica delle Particelle e Storia Moderna e Contemporanea. Ha scelto la prima proposta ed il suo pezzo è stato considerato uno dei cinque più belli d’Italia in ambito scientifico.

Di cosa tratta l’articolo che hai scritto?

Il mio articolo riguarda uno studio particolare (e a mio avviso affascinante) che vede nei Maya i primi inventori dei fumetti. Due studiosi, analizzando le immagini presenti su alcuni vasi policromi del VII sec. d.C., hanno trovato molte somiglianze con i nostri graphic novels e sottolineato l’importanza della scrittura per questo popolo. Credo molto nel bisogno di penna e calamaio per raccontare, pensare, vivere e mi sono dunque piaciuti questi lontani mesoamericani perché ho capito che in fondo non siamo tanto diversi da loro.

 Quali emozioni hai provato quando hai letto l’e-mail della vittoria?

È stata una grande sorpresa: non me lo aspettavo! Dopo aver letto l’e-mail, penso di aver saltato per un quarto d’ora intorno alla scrivania.

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Cosa hai fatto a Pisa?

Prima di tutto ho trovato una calda accoglienza da parte degli organizzatori. “Un giorno da ricercatore” è il premio per i cinque vincitori del concorso: abbiamo alloggiato nel Collegio Carducci di Pisa, affiancato i ricercatori (quelli veri) nella sede dell’area scelta da noi (io sono stata in quella di Archeologia, Laboratorio SAET), partecipato alla cerimonia di premiazione, pranzato alla mensa della Normale insieme ai ricercatori, visitato la scuola e il laboratorio SMART (con CAVE 3D e Oculus Rift). Oltre all’aspetto strettamente di ricerca è stato quindi possibile vivere la quotidianità insieme agli studiosi, vedere il loro aspetto “umano” e provare gusto nella ricerca perché, come ha ricordato il direttore della scuola, “la miglior motivazione è il trovare questa attività divertente e gratificante”.

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 Chi hai incontrato?

Ho incontrato un gruppo di archeologi, entusiasti del loro duro ma appagante lavoro. Hanno condiviso con me qualche momento della loro ricerca e raccontato la loro esperienza: dai calchi agli scavi per stratificazione e per ricognizione, dall’applicazione del codice ASCII alle epigrafi ritrovate, dall’uso di un drone per esplorare un sito alla distinzione di cocci greci e romani (ho provato a riconoscerli insieme ai ricercatori: è difficilissimo!). La storia si fa con i cocci: nessun archeologo della Normale ha fatto la scoperta del secolo ma con il suo lavoro ha contribuito allo studio della storia, perché l’archeologia, come dicono loro, è necessaria alla storia; in “matematichese”, è “in funzione” della storia. Con l’entusiasmo degli archeologi, la loro passione per la ricerca e i loro racconti abbiamo perso la nozione del tempo, tanto che sono arrivata in ritardo nella Sala Azzurra per la cerimonia di premiazione.

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Cosa hai imparato dopo “un giorno da ricercatore”?

A Pisa ho imparato l’importanza del lavoro di squadra: un archeologo non lavora da solo e un ricercatore non scopre nulla senza il resto dell’équipe. Forse questa è la semplice e grande verità che possiamo condividere, anche se non siamo ricercatori, archeologi o superuomini.

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Cliccando qui si va al sito della Normale dove si parla del premio mentre di seguito ecco in dettaglio il pezzo di Ester.

Søren Wichmann e Jesper Nielsen interpretano alcune immagini della civiltà maya presenti su vasi policromi del VII sec d.C. e scoprono significative affinità tra queste opere e i moderni fumetti. Attraverso un’analisi dei documenti visivi, giungono a considerare i Maya i primi fumettisti, inventori dell’ancora attuale sistema di simboli tipico delle “strisce” (temi topici, immagini emblematiche, segni grafici).

C’è un uomo che grida «aiuto» da oltre un millennio, c’è una palla che vibra nell’aria da secoli, c’è un maestro che impartisce il suo insegnamento da 1400 anni, c’è una civiltà che sta chiedendo: «Ricordatemi». Si tratta solo di disegni, ma sono maya e fanno degli artisti di questo popolo i primi veri inventori dei fumetti.

È quello che sostengono gli studiosi Søren Wichmann e Jesper Nielsen che, con una recente pubblicazione, colmano il vuoto lasciato dagli storici circa l’interpretazione delle immagini della civiltà mesoamericana. Quelli che vediamo raffigurati sulle anse degli oltre mille vasi policromi di ceramica presi in considerazione, insomma, sono proprio gli antenati di Topolino. Il vaso è come un libro sempre aperto: basta ruotarlo per completare la storia.

Lo studio, che confronta antichi documenti iconografici, analizza l’abbinamento di immagini e parole. Tra le testimonianze “fumettistiche”, è stato trovato ogni genere di narrazione: da racconti mitologici a battaglie, da storie di sacrifici a eventi soprannaturali. Vicende da fiction e altre che ripercorrono fedelmente fatti noti. Ancora più sorprendente è la funzione di questi vasi, costruiti non a scopo decorativo, ma pratico: autentici contenitori in cui erano ospitate perlopiù bevande. Vasi usati abitualmente, storie che appartengono pertanto al vivere quotidiano dei Maya.

Nonostante tutto, la creatività della lontana civiltà precolombiana non deve meravigliare. La loro società era “viva” e i Maya furono indubbiamente dei “giganti”, in molti altri campi: gli appassionati di calcio potrebbero sorridere alla loro invenzione del gioco della palla (ricordato nel cartoon El Dorado), i matematici essere entusiasti del loro calendario (260 giorni, 18 mesi), gli studiosi di linguistica affascinati dal loro sistema di scrittura fonetico.

Non si può non sottolineare come, tra tutte le scoperte, un tratto della loro genialità risieda proprio nell’ideazione dei fumetti e del loro “codice”. Scorgiamo appunto, nelle diverse rappresentazioni, segni e simboli non distanti dagli attuali.

Così il fuoco è indice di ira, per i felini mesoamericani, come per il personaggio Rabbia di Inside Out.

Così le parole del maestro che impartisce il suo insegnamento da 1400 anni sono collegate alla bocca attraverso linee che rimandano ai baloon di Snoopy.

Così la palla che vibra nell’aria da secoli non è altro che immagine del divertimento e l’uomo che sta gridando “aiuto” da oltre un millennio è il malcapitato da salvare contro il grande cattivo (qui un coniglio, ladro di vestiti).

Conigli malvagi, dunque, e animali soprannaturali. È in questo modo che i Maya guardano al mondo degli “amici dell’uomo”. Per sottolineare la straordinarietà delle figure animalesche, si creano immagini esagerate e sproporzionate.

La storia dei fumetti, insomma, non comincia con Yellow Kid. Non c’è da stupirsi: in fin dei conti i Maya non sono così lontani da noi. Siamo uomini, lo sappiamo e lo sapevano. L’uomo ha un’esigenza insopprimibile: quella della scrittura, del non sentirsi solo nei propri pensieri, dello sviluppare la sua creatività e di raccontare storie. I Maya erano uomini.

Fonti

– «I Maya hanno inventato i fumetti?», in Focus (http://www.focus.it/cultura/storia/i-maya-hanno-inventato-i-fumetti).

– W. SØREN, J. NIELSEN, «Sequential text-image pairing among the Classic Maya», in N. COHN (ed.), The Visual Narrative Reader, Bloomsbury, Londra 2016. (http://www.academia.edu/19796545/Wichmann_S%C3%B8ren_and_Jesper_Nielsen._In_press_2016._Sequential_text-image_pairing_among_the_Classic_Maya._In_Cohn_Neil_ed._The_Visual_Narrative_Reader._London_Bloomsbury).

– «Storia dei Maya», in Wikipedia (consultazione).

 

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