• lunedì , 30 Novembre 2020

Licenza di uccidere

A Trapani niente più aborti: è andato in pensione Tommaso Mercadante, l’ultimo ginecologo non obiettore di coscienza: la notizia è stata riportata il 19 giugno sul quotidiano La Stampa sottolineandone le conseguenze che successivamente deriveranno da essa. Sono 600 le richieste di interruzioni volontarie di gravidanza che si registrano all’anno a Trapani. L’articolo riporta la preoccupazione di Cgil e Uil che le donne impossibilitate ad abortire facciano ricorso all’aborto clandestino con gravi rischi per la loro salute.  La stessa Unione Europea ha attaccato l’Italia denunciando discriminazioni nei confronti di medici e infermieri non obiettori e le difficoltà nell’accesso ai servizi di interruzione di gravidanza. A detta di Strasburgo l’Italia viola il diritto alla salute. Trapani non è il solo luogo dove si verifica la presenza ritenuta problematica degli obiettori di coscienza: in media sono il 70% in Italia, ma ci sono luoghi in cui si supera addirittura il 90%. Questi numeri sono sottolineati dalla Stampa con fervore come lesione del diritto delle donne.

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Il problema non deve di certo essere sottovalutato ma nell’articolo, focalizzato unicamente sul diritto della donna, è assente un’attenzione volta alla salvaguardia della vita nel suo insieme e quindi anche quella del bambino. In Europa si è da molto discusso con una certa ferocia di un “diritto umano fondamentale” ad abortire, senza prendere però in considerazione che il vero diritto umano fondamentale dovrebbe essere quello di nascere. È da tenere in conto che un consistente numero di aborti avvengono per problemi superabili.

Un sondaggio condotto nel 2005 negli Stati Uniti dall’Alan Guttmacher Institute, istituto legato a Planned Parenthood (l’ente abortista più grande del mondo) ha ottenuto questi risultati: su 1200 pazienti sottoposte ad aborto il 74% ha espresso come motivazione del loro gesto il fatto che il bambino avrebbe cambiato drasticamente la loro vita. Il 73% invece dichiara che per motivi economici non era in grado di crescere un altro figlio. Il 48% ha affermato che il gesto di abortire era dovuto al fatto di non avere un compagno. Questi numeri esorbitanti quanto drammatici, rivelano tutti una mancanza di supporto della donna. Solo il 13% delle pazienti intervistate hanno posto come motivo una preoccupazione per la propria salute. La maggioranza dei casi potrebbe quindi essere risolto tramite un sostegno alla madre.

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Se il 70% dei ginecologi in Italia si rifiuta di compiere un aborto, la democrazia dovrebbe porre maggiormente attenzione alla complessità del problema. L’aborto infatti è in concreto la soppressione di un essere umano, per questo i medici che se ne rendono conto scelgono l’obiezione di coscienza. L’aborto non è solo un danno al bambino che di fatto viene ucciso, ma lo è anche per la madre che da esso può averne gravissime conseguenze psicologiche. Il sondaggio del The Alan Guttmacher Institute rivela che il 64% delle donne interrompe la gravidanza a seguito di pressioni da parte di figure esterne a loro. Queste cifre ci rivelano che in numerosi casi l’aborto si presenta come una violenza inflitta alla donna a danno del suo equilibrio psicologico.

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