• lunedì , 26 Ottobre 2020

La lezione di Dante all’Europa in crisi

I Classici sono tali poiché la loro opera conserva una validità che dura nel tempo: nelle arti e nella musica – basti pensare a Michelangelo o a Vivaldi – , ma soprattutto in letteratura, anche oggi hanno sempre qualcosa da insegnarci. E questo anche se l’evoluzione storica, il progresso scientifico e i mutamenti sociali hanno reso obsoleta qualche parte della loro opera; più nessuno crede al Fato, ma la tragedia greca ci fa ancora riflettere sui misteri del cuore e della vita.

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Tra i grandi della letteratura forse nessuno come Dante ha saputo realizzare una sintesi così completa dello spirito e della cultura del suo tempo. Ma dopo 700 anni ci si può chiedere che cosa resti ancora attuale del suo pensiero. Forse la sua morale severa, almeno per chi continua ad accettare una visione cristiana del mondo nonostante la tendenza dilagante che libito fé licito in sua legge. Più complesso il giudizio sulla sua visione del mondo e della storia, tipicamente medievale, fondata su teologia e filosofia e caratterizzata da un’incredibile fede nel possesso della Verità. Nell’universo a sfere l’uomo, sinolo di corpo e anima, occupa una posizione centrale: la terra è vicina al centro degradato del mondo, ma entro la prospettiva dei cieli che la circondano.

Da qui la dottrina politica del poeta fiorentino, diffusa in tutta la Commedia e teorizzata nel De Monarchia. La felicità dell’uomo in questa vita è il fine dell’Impero, la beatitudine eterna quello della Chiesa. I due poteri sono come due “soli” ciascuno brillante di luce propria, con un’autorità che viene direttamente da Dio. Ma egli vede davanti a sé una realtà in cui l’ordine divino è sconvolto. L’Imperatore trascura i suoi doveri, la Chiesa pensa solo al potere terreno. Dante coglie esattamente i termini della crisi contemporanea, che è soprattutto morale, ma ricerca la soluzione in un ritorno al passato: l’arrivo del Veltro sconfiggerà la “lupa”. Anche il racconto del suo viaggio deve indicare agli uomini la strada della salvezza per riportarli sulla diritta via che era smarrita. Il limite di Dante, però, è di non aver compreso che i tempi sono irreversibilmente cambiati: l’Impero è in crisi, le genti nove e i subiti guadagni sono una realtà che va gestita.

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Nei sette secoli trascorsi, del disegno universalistico di Dante agli uomini è rimasta solo l’aspirazione a un potere politico universale capace di portare all’umanità pace, benessere materiale e progresso. Nessuno, però, è riuscito a realizzarla: ci hanno provato la Rivoluzione Francese, la massoneria, il Positivismo, il Comunismo, la società delle Nazioni ma tutti sono annegati nel sangue. Neanche l’ONU funziona meglio: siamo in una Terza Guerra Mondiale, anche se non dichiarata. A tutti è mancato il fondamento della morale cristiana, ignorata e spesso negata. Non senza colpe della Chiesa, troppe volte in ritardo a correggere corruzione e complicità con il potere.

La ricetta di Dante – l’equilibrio tra potere temporale e spirituale – è giusta ma utopistica poiché non tiene conto della ineliminabile debolezza della natura umana: homo homini lupus, già per i latini; peccato originale per il cristianesimo.

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La prova più recente è la crisi che attraversa l’Unione Europea. Nata per iniziativa di tre grandi statisti cattolici con l’ideale di un “Impero” senza frontiere che unisse in pace il continente, è degenerata nella ricerca esclusiva di un mercato e di una moneta comuni. Le “genti nove” – politici preoccupati più del consenso elettorale che del futuro – e i “subiti guadagni” – la speculazione finanziaria – l’hanno messa in crisi; e la voce della Chiesa ha continuato a non essere ascoltata.

Oggi tra migranti e Brexit, all’Europa Dante può ancora insegnare qualcosa.

 

 

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