• giovedì , 22 Ottobre 2020

Pronti, partenza, via!

Negli ultimi decenni il fenomeno della “fuga di cervelli” è cresciuto. Sempre più neolaureati in cerca di occasioni fuori dall’ Italia. Per lo più al di sotto dei trentacinque anni, soprattutto ricercatori. Tra le mete più gettonate USA, India, Belgio, Germania, Cina e Gran Bretagna. Ma innanzitutto le cause. Non come ci si aspetterebbe, ma la crisi esistente non interessa ai giovani, o almeno sembrerebbe non toccarli. I problemi sono ben altri. Prima tra tutti la gerontocrazia sui posti di lavoro, perpetuata fin oltre le sessantacinque primavere. A questa si aggiungono le interminabili lungaggini burocratiche che limitano, se non ostacolano, le assunzioni.

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Seguono le tasse, spauracchio per l’ apertura di aziende e laboratori, sempre più esose e estese all’ inverosimile. Da notare assolutamente è la differenza sostanziale tra queste e il welfare, insieme di tutti i servizi che uno stato è in grado di offrire, insufficiente per rendere sensato l’ importo esattoriale imposto dal governo italiano. Sicuramente non è da ignorare il sempre crescente costo della vita e con essa la necessità di trovare un’occupazione sicura, ben retribuita e in fretta. Sempre più si privilegiano facoltà e studi che consentano di poter entrare nel mondo del lavoro il prima possibile. Sono eliminate le lauree, nella più parte, perché costose e senza fine. E’ così che i titoli universitari, un tempo prestigiosissimi, sono ora un accidente. Si preferisce impiegare qualcuno che sappia fare più che qualcuno che sappia pensare. Si dà più importanza ai fatti che alla sostanza.

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Ne consegue che le buone menti sono quasi incoraggiate a uscire da un tale contesto disastroso. I più sono ben contenti di lasciarsi alle spalle un futuro incerto e andare a caccia di occasioni promettenti in altre nazioni. Prima fra tutte l’ America. Emblematico è il caso del colosso del web Bing, motore di ricerca alla pari di Google, invenzione di due italiani volati negli Stati Uniti, ben accetti per le loro idee che vengono finanziate.

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Si è instaurato un vero e proprio circolo vizioso tra l’ Italia, che sforna menti geniali in campo scientifico, e nazioni estere, che accolgono volentieri una sicura fonte di crescita per il paese. A scienziati italiani dobbiamo gran parte delle creazioni funzionali e utili allo sviluppo. Per fare un esempio, porta il marchio tricolore la sonda metereologica che atterrerà in questi giorni sulla superficie marziana per lo studio delle violente bufere che imperversano sul pianeta. Invenzioni che prendono vita al di fuori del nostro Bel Paese. L’ Italia sembra così aver sbagliato classe della società su cui puntare. Si è ben dimostrato che lo Stato ha ignorato la fonte di ricchezza e sviluppo caratterizzata dalla scienza oggi. Essa offre sbocchi sempre più consistenti in vari ambiti, come, naturalmente, quello della tecnologia. Dai robot (gran parte dei quali per altro prodotti da ricercatori nostrani) ai più semplici telefoni e computer, su cui però si basa l’economia di questi anni.

Ci si trova quindi di fronte a una concreta, provata, evidente problematica che istituisce una perdita sia a livello economico, sia a livello culturale. L’Italia è infatti minacciata e comminata da questa moderna consuetudine. Ma la causa: sé stessa.

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