• venerdì , 23 Ottobre 2020

Il mondo attraverso uno schermo

di Federica Aimone

Jacqui Kenny, quarantatre anni, neozelandese. Agorafobica. Talmente terrorizzata dagli spazi aperti che quasi non riesce ad uscire di casa se non per attraversare la strada e andare a fare la spesa. Anche se, come afferma: ”Non mi allontano mai dalle uscite di sicurezza”. Eppure ha visitato il mondo, alla ricerca della fotografia perfetta per ogni villaggio, città o nazione.

Come ha fatto? Nella maniera più impensabile e al contempo quella più semplice: Google Street View, che permette di “passeggiare” virtualmente per le strade di qualsiasi luogo possa venire in mente. Quello che doveva essere una semplice estensione di Google Maps diventa una finestra aperta sul mondo, inaccessibile per chiunque non abbia i mezzi per vederlo con i propri occhi. Così ancora una volta la tecnologia rende più semplice la vita dell’uomo trovando una parvenza di soluzione anche a quello che sembrava il più irrisolvibile dei problemi: una donna agorafobica che ama viaggiare. 

La soluzione però è solo, appunto, apparente. Infatti non si può sostituire un’immagine con un’esperienza fatta sulla propria pelle. Da un’immagine non si riesce a sentire l’odore caratteristico di un luogo, non si può apprenderne la lingua, il frastuono o il silenzio più assoluto non si colgono, non si può toccare con mano l’effetto che fa trovarsi in determinate condizioni climatiche, economiche o sociali. Come dice la parola stessa, con un’immagine, si può soltanto far uso dell’immaginazione; poiché la vista, sebbene indispensabile, non basta a dare un’idea esaustiva, non solo dei luoghi, ma neanche delle persone, degli animali o degli oggetti.  

Questo concetto si può dire stia alla base di tutto ciò che riguarda il mondo virtuale. Essendo tale è un mondo pressoché irraggiungibile. Si ha la percezione di farne parte benché non esista realmente, cosa che però non gli impedisce di avere grande influenza sulla realtà. Sembra quasi un rompicapo: qualcosa di inesistente che influenza ciò che esiste. Ci immergiamo ogni giorno in una specie di “isola che non c’è” fatta di dati, e nemmeno realizziamo quanto ci perdiamo di tutto ciò che effettivamente c’è. Siamo così attaccati al virtuale che stare un giorno senza cellulare è praticamente impensabile, ma i problemi che minacciano di distruggere il luogo in cui abitiamo quasi non ci sfiorano.

In maniera inversamente proporzionale, più ci si preoccupa per faccende che riguardano il mondo virtuale, meno ci si accorge di ciò che accade davanti al nostro naso. Per fortuna però, nonostante i molti lati negativi, la tecnologia ne offre altrettanti, se non forse di più, di positivi. Come per Jacqui Kenny che avuto una chance di guardare il mondo sebbene da dietro uno schermo, così molti sono i casi in cui il virtuale ha aiutato l’umanità. Certo, una volta forse si era più liberi: nessuna foto da dover postare su Instagram, non si sentiva la necessità di far sapere al mondo intero dove ci si trovava, con chi e che cosa si stava facendo, prima dell’avvento di Snapchat. Però trovandosi soli in una situazione di difficoltà era un gran disagio non poter telefonare a nessuno. Chissà poi la nostalgia di casa per coloro che nemmeno potevano fare uno squillo ai loro cari mentre si trovavano all’estero. C’erano le poste, ma quanto c’era da aspettare prima di ottenere una risposta! Dunque, se anche un tempo la pazienza era una grande virtù, ora come ora la velocità è più richiesta che mai. Chissà che un giorno, non troppo lontano, data la rapidità con cui tutto si evolve, non ci fermeremo ad ammirare ciò che abbiamo fatto e finalmente regnerà un po’ di calma.

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