• martedì , 27 Ottobre 2020

I ferri del mestiere: tradurre gli Afroamericani

La conferenza, parte del ciclo dell’ “Autore Invisibile”, si è aperta con la provocazione a proposito della spiegazione sul significato del titolo: il fatto che gli Afroamericani possiedano una lingua loro non è da generalizzare, da specificare è infatti che molte espressioni classificate come tipicamente usate da questa particolare etnia sono spesso sfruttate da molte altre persone.

Il problema nel tradurre in Italiano è che talvolta le migliori espressioni per rendere una particolare sfumatura di una frase appartengono ad una determinata regione, attribuendo al personaggio una nuova personalità mai voluta dall’autore del libro. Stesso problema si pone quando si vuole attribuire un intercalare al protagonista del libro.

Inoltre soventemente un Inglese sgrammaticato è una scelta ed indice di un’identità, mentre nella lingua italiana è solo sintomo di incompetenza grammaticale.

Il gergo anglosassone presenta poi dilemmi sintattici per quanto riguarda la gestione dei verbi; infatti non è così facile rendere ogni nuance che uno specifico vocabolo può significare, situazione non di troppa difficile soluzione, ad avviso delle traduttrici intervistate, se si instaura un gioco di aggettivi, che invece sono molto più ricorrenti nella nostra dicitura.

Vi è poi un concetto culturale che deve essere impostato in un contesto più vicino ai nostri usi: primo fra tutti il fatto che menzioni provenienti dalla Bibbia siano molto più ricorrenti nei loro discorsi: “ E’ come se sapessero tutta la Sacra Scrittura a memoria” cita una delle due interpreti interrogate, Monica Pareschi.

Famosa per la sua traduzione di Salvare le Ossa, libro di Jesmyn Ward, ambientato nella poverissima zona del Mississippi, dove praticamente dove non vige una politica, ma la forma sociale è praticamente quella del clan, con protagonisti che sono emarginati; Monica Pareschi ha quindi dovuto avere a che fare con una lingua ricca di colloquialismi che spesso si trasformano in una lingua quasi omerica, soprattutto nelle descrizioni molto violente tipiche del componimento. La tecnica da lei usata è quella di dare un ritmo alla narrazione, anche per alleviare il senso di montagna russa dato dalla continua contrapposizione di immagini brutali a dolcissime metafore.

La seconda traslatrice, Martina Testa, si è invece dedicata alla traduzione del libro “Friday Black” di Nara Kwame, definito uno degli autori più interessanti degli ultimi 25 anni. Il territorio preso in considerazione è totalmente cambiato: si tratta di un’America distopica ed urbana, dove la violenza non è più latente, ma è ormai legge. La ferocia razziale si presenta anche in contesti come parchi a tema come se questo contesto potesse ammortizzare il reale razzismo, è però esasperata, quasi tarantiniana. L’opera vira quindi verso una iper realtà, pressappoco fantascienza.

Lo scrittore inventa una lingua dai mille registri, alternando prima fra tutti una lingua puramente della strada, specifica dei “neri urbani”, in cui varia il livello di “blackness”, che oltre ad esprimere un colore, vuole significare tutto un valore nascosto dietro una singola parola. Per fare ciò ha preso ispirazione anche da artisti contemporanei in tutti campi, compreso il celebre cantante Kendrick Lamar, da cui ha preso ispirazione per una lingua hip-hop.

Segue poi una mescolanza di termini burocratici, tipica degli slogan, usati per rendere l’idea dello Stato anticapitalista in cui è ambientato il libro.

La sfida per tutti i traduttori si cela quindi nel rendere quelle infinite peculiarità che fanno della lingua degli Afroamericani una perfettamente sgrammaticata mescolanza di etnie, senza perdere quel sapore tipico della loro cultura, affinchè tradurre non sia sinonimo di tradire.

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