• venerdì , 23 Ottobre 2020

Il coraggio della diversità

Da sempre l’uomo ha visto come obiettivo di vita principale quello di conseguire uno stato di “normalità” utopistica e quasi irraggiungibile. Difatti in ogni cultura il diverso è sempre stato classificato come malvagio e “strano”, ed emarginato dalla società. Al giorno d’oggi si sta cercando di cancellare questo modo di pensare, che sempre più spesso crea discriminazioni nei confronti di quei gruppi di persone che sono viste come diverse, perché affette da handicap e menomazioni, ma non sempre si ottiene un successo.

Proprio di queste tematiche tratta il libro-biografia “Anni senza vita al Cottolengo”, in cui vengono narrate in prima persona le esperienze di Roberto e Piero (detto Pierino), affetti rispettivamente da tetraparesi spastica e focomelia (cioè il possedere al posto di gambe e braccia dei moncherini). Entrambi sono stati affidati al Cottolengo poco dopo la nascita, perché le rispettive famiglie non si sentivano in grado di affrontare i pregiudizi di amici, vicini di casa e compaesani, e, alla fine, le loro vite hanno finito per incontrarsi.

Mentre da una parte Roberto era stato abbandonato dalla sua vera famiglia, Piero era abituato a passare le vacanze di Natale e estive a “casa”, che in realtà non era esattamente tale: ogni volta che qualcuno suonava al campanello, infatti, egli doveva correre a nascondersi, per evitare di essere visto da altri e creare scandalo. Difatti un aspetto che entrambi affermano sia mancato nella loro vita è proprio l’affetto: essi e tutti gli altri bambini del Cottolengo non hanno mai conosciuto quale fosse il significato o il valore di una carezza o una parola in più, e ciò li ha segnati profondamente.

Inoltre le suore e i fratelli hanno fatto passare un messaggio negativo anche per quanto riguarda le manifestazioni di affettività, anche solo di amicizia, tra bambini e ragazzi: anche semplicemente un abbraccio veniva guardato male e il corpo in generale doveva essere nascosto; i bambini infatti erano costretti a cambiarsi sotto le coperte e portati a vergognarsi delle proprie malformazioni.

Anche l’aspetto dell’assenza di risposte è stato molto patito sia da Roberto che da Piero: tutti i dubbi che avevano, sul perché fossero stati abbandonati, sul perché della loro malattia e della loro esistenza così diversa dal normale, avevano una sola risposta possibile: “Dio ha voluto così”. E ogni qual volta provassero a ribellarsi e a protestare, veniva loro detto di “non sputare nel piatto della Divina Provvidenza”, che li aveva avvolti e accuditi.

In effetti, senza la presenza di istituzioni come il Cottolengo, i bambini e gli anziani affetti da malattie croniche e incurabili non avrebbero alcun posto in cui andare, ed è proprio questo il problema. Come spesso ripetono nel libro, bisognerebbe cercare di favorire la “deistituzionalizzazione”, cioè far sì che chi viene ritenuto diverso non venga chiuso in un istituto e separato dalla società, ma venga favorito il suo inserimento all’interno della stessa, attraverso la formazione di comunità e “case-famiglia”.

Proprio Roberto e Piero hanno fatto in modo che ciò si realizzasse, e hanno dato il via a una piccola “rivoluzione”. Essi infatti, dopo essersi conosciuti all’interno del Cottolengo, hanno deciso di affrontare insieme il liceo in una scuola pubblica, sfida difficilissima per loro a causa del contatto con l’esterno e con altre persone, e dopo, forti dell’esperienza appena fatta, hanno scelto di comprare una casa insieme, dopo rispettivamente 35 e 24 anni passati rinchiusi nel Cottolengo.

Da allora, con l’aiuto di amici e volontari, hanno imparato ad essere quasi del tutto autonomi: Roberto lavora all’interno di una associazione che si occupa di salvaguardare i diritti degli handicappati, mentre Piero si occupa della casa, va a fare la spesa, e ha superato la sua grande paura del mondo esterno, che da sempre aveva ritenuto cattivo e su cui si è ricreduto. Il loro percorso e la loro esperienza di coraggio e lotta contro i pregiudizi di sicuro è stata di ispirazione per molti che si trovano nelle stesse condizioni e ha mostrato come il concetto di quella “normalità” che tutti desiderano possa essere raggiunto anche da persone con meno possibilità, e, in questo caso, come il suo raggiungimento abbia ancora più valore perché conquistato superando prove difficili e superando le barriere poste dalla società.

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