• venerdì , 23 Ottobre 2020

Confini, una storia non breve

Rapporto tra storia, proprietà e confini

Durante gli anni Quaranta del 1880, la fugace storia della Nuova Zelanda raggiunge il suo picco: il capo di una tribù maori, Hone Heke, abbatte il palo della bandiera britannica in quella che era la capitale dell’epoca, Russell. Le conseguenze delle cosiddette “Guerre del Nord”, nome derivante dalla locazione geografica delle stesse, si possono notare ancora oggi, con non così rari episodi di razzismo tra i due partiti.

E’ però bene ricordare che, al fine di analizzare adeguatamente un evento storico, spesso è utile affidarsi al metodo causa-effetto. Perciò, se i risultati sono da considerarsi quelli sopra presi in esame, la sorgente dei conflitti sgorga da una differente interpretazione culturale della proprietà e dove si presenta un possesso di conseguenza è d’obbligo passare a parlare di confini.

La storia dell’Aoteroa, o Nuova Zelanda, è solo un esempio di nicchia nell’intero castello che è la cronaca dei confini: è sufficiente pensare al famosissimo ed impenetrabile limes romano, ai segreganti cancelli di Versailles o al terribile muro di Berlino.

La natura dei confini

Anche da un punto di vista naturale i confini hanno portato ad una vera e propria differenziazione evoluzionistica e ciò deriva dal fatto che quando una popolazione viene divisa da ostacoli naturali in più parti, vengono sviluppati caratteri diversi a causa dei disparati stimoli ambientali, tanto che il “pool” genetico, ovvero i vari caratteri ereditali, DNA, eccetera non sono più interscambiabili e quindi le due o più nuove popolazioni non possono più essere considerate della stessa specie. Da definizione, della stessa specie, sono gli individui in grado di generare una prole fertile . Ogni confine nasce quindi per differenziare: “mio” da “tuo”, “nobili” da “plebei”, “romani” da “barbari” e via discorrendo.

Come l’architettura ha distrutto i confini fisici

Il confine, specialmente a livello storico-culturale, viene spesso visto come un passo indietro nel lungo percorso della globalizzazione, dello scambio di idee, costumi e persone. L’architettura ha però dato una spinta al processo tramite la costruzione di infrastrutture, prime fra tutte i ponti: colossi statici in grado di produrre una dinamicità tra popoli, hanno accelerato la procedura di scambio molto rapidamente, ancora prima dei velocissimi aerei che ogni giorno la popolazione mondiale sfrutta.

L’uomo-bestia si auto-confina

Il confine come problema non è dunque più una barriera fisica, bensì uno stato mentale, che si presenta come un limite in ogni sua caratteristica: l’enorme potenzialità della mente per scoprire nuove culture, il fascino di nuove tradizioni viene nettamente reciso da una mentalità chiusa, esattamente come un cancello. Ulteriore amplificazione della questione si riscontra quando l’uomo torna bestia e, proprio come pecore in un recinto si seguono a vicenda, così una tara mentale succede l’altra, creando un circolo vizioso dal quale non si esce più. Esempio lampante si trova nel razzismo contro gli Ebrei, che è in seguito sfociato nella Notte dei Cristalli, che poi ha portato alla deportazione e alle camere a gas.

Quando un confine non è (solo) un confine

Se quindi, in tempi remoti, il confine era nato suddivisione di proprietà, in età contemporanea acquisisce sfumature di significato, in particolare di paletto mentale che ostruisce il flusso del fiume di conoscenza. Invece per molti, un confine, o meglio il confine determinato, di uno specifico Paese è sinonimo di salvezza, passare la frontiera si rivela libertà: per un emigrante il confine cela tanta paura quanto speranza. Vi è un detto che recita “la speranza è molto più forte della paura”, è il compito di noi che viviamo nelle nostre tiepide case trasformare questa potenza di speranza in atto, abbattendo tutti i paletti mentali che sorreggono le molteplici recinzioni dei confini.

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